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Giovanni RuggieroPsicologo e psicoterapeuta a Vasto Contatti

Relazioni e società

Not too fast – not too much

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta
· 5 min di lettura

Articolo pubblicato in origine nel 2016. Resoconto di un progetto internazionale Erasmus+ svolto in Polonia.

Un resoconto dell'esperienza polacca.

Parto dal presupposto che ho seriamente rischiato di non voler partecipare a causa del mio inglese, tutt'altro che buono, con il solito meccanismo orientato alla vergogna. Fortunatamente per me ho deciso di partire a prescindere dalla vergogna e da tutto il resto.

Obiettivo di questo progetto internazionale è la prevenzione di comportamenti sessuali a rischio e quindi la diminuzione delle gravidanze indesiderate in adolescenza e delle malattie sessualmente trasmissibili.

Tirando le somme, è stata una settimana ricca di scambi, confronti e molti strumenti da riutilizzare con ragazzi (e non solo) in futuri progetti.

Gran parte di questa settimana di training è stata basata proprio sui comportamenti: ritengo questo tipo di intervento davvero importante, soprattutto se considerato che è stato completamente di tipo esperienziale e non teorico.

Un workshop sul “sì” e sul “no”

L'Italian team doveva concepire e proporre un workshop di due ore dal titolo “YES MEANS YES – la violenza come causa della maternità precoce”. Abbiamo ritenuto importante spostare il focus dell'attenzione sui bisogni personali come “possibili cause” della violenza.

Definire “violenza” non è stato facile, perché, considerato l'argomento sessualità e il termine violenza, l'unico collegamento che mi è venuto in mente era violenza sessuale.

Domanda: è solo questo il tipo di violenza di cui si parla? Il workshop si chiama “sì vuol dire sì”, quindi potrebbe essere interessante vedere quali sono i bisogni per i quali le persone possono dire sì, volendo intendere no. L'idea mi pare buona e quindi procediamo in questa direzione.

Pronunciare la parola “NO” non è difficile: è solo una questione articolatoria e di sincronia dell'articolazione con il respiro. Allora mi domando: cosa spinge una persona a dire SÌ quando vorrebbe realmente dire “NO”? Ed è in questa precisa posizione che decido di collocare i bisogni.

  • Che tipo di bisogno viene soddisfatto dicendo sì, invece di no?
  • Cosa mi permette di evitare?
  • Come mi protegge?

Quanto emerso alla fine del workshop è stato interessante.

Dire SÌ intendendo dire sì, oppure NO intendendo dire no, implica una buona considerazione di sé e dell'altro. Quindi implica che, nell'ambito relazionale, io e l'altro siamo alla pari. Tu hai un valore, io ho un valore.

E se dico sì, ma voglio dire no? È facile vedere come la relazione sia sbilanciata da un lato, il che, di fatto, non la rende una relazione. Mi spiego meglio. Se dico sì, permetto all'altro di non rimanere deluso da qualcosa che io voglio o non voglio. Di fatto evito di farti arrabbiare, di deluderti. Ciò è un fatto, una cosa ovvia, evidente.

Ma mi chiedo: perché è così importante che l'altro non sia arrabbiato con me o deluso dalla mia scelta? Ecco alcune delle considerazioni emerse:

  • dirti di sì mi permette di continuare a essere visto/a e amato/a;
  • dirti di sì mi permette di non rimanere da solo/a, ed evidentemente ho bisogno della tua presenza.

Allora mi chiedo: questa è una relazione? Oppure l'altro serve solo per tappare i buchi della mia anima? E se ho continuamente bisogno che tu possa alleviare i miei dolori, sono davvero sicuro che questa sia una relazione? Sembra più una dipendenza. E quindi sarò disposto a qualsiasi cosa purché tu rimanga qui con me. Perché da qualche parte nella mia anima, senza di te, io non esisto.

Un possibile comportamento disfunzionale deve necessariamente muoversi da questi presupposti.

Il ciclo del contatto

La teoria del ciclo del contatto della Gestalt chiarifica questo punto in maniera evidente:

  1. Pre-contatto: sensazioni corporee
  2. Presa di contatto: emozione
  3. Contatto: pensiero
  4. Contatto pieno: azione
  5. Post-contatto: assimilazione

Nel pre-contatto le sensazioni corporee possono essere tante e diversificate: un blocco del respiro, tensioni alle spalle, all'addome e quant'altro.

Nella presa di contatto l'emozione che emerge viene spesso identificata all'inizio con la rabbia; tuttavia la rabbia è spesso un'emozione di copertura: se si attende un pochino, è possibile veder emergere la paura e la tristezza. Questo perché la rabbia, per sua natura, rende compatti e integri, a differenza della paura e della tristezza, che invece tendono a disgregare.

Nel contatto emerge il pensiero: il pensiero, avendo le sue radici nella paura, diventa “ho paura che tu te ne vada, ho paura di rimanere solo/a al mondo, chi mai mi guarderà? Chi mai potrà amarmi di nuovo? Cosa ne sarà mai di me?”.

Nel contatto pieno c'è l'azione: ti dico sì, ma nella mia anima vorrei dirti di no. Faccio e dico di tutto pur di non ferirti, preferisco star male, perché ho bisogno di te.

Nel post-contatto c'è di nuovo l'emozione: “Come sto dopo averti detto di sì? Soffro, ok. Ma tu sei ancora qui con me. Questo conta. Chiaramente da domani le cose saranno di nuovo uguali a oggi, ma tanto tu non te ne vai.”

Diventa evidente allora che, così come descritta, questa non è una relazione, ma un appoggio. Io mi appoggio a te perché tu sei l'unico che può guarire le ferite della mia anima. Ma il problema è che l'altro non è detto che abbia la voglia di curarmi e di guarirmi.

Pertanto è importante rendere consapevole questa condizione esistenziale di appoggio: fino a quando io sono appoggiato, la mia felicità dipende dall'altro.

“Io sono io e tu sei tu; non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative e io non sono al mondo per soddisfare le tue; io faccio la mia cosa e tu fai la tua; se ci incontreremo sarà bellissimo, altrimenti non ci sarà stato nulla da fare.”

— Fritz Perls, Preghiera della Gestalt

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta a Vasto. Chi sono

Psicologo per adolescenti

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