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Relazioni e società

The Joker

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta
· 3 min di lettura

Articolo pubblicato in origine nel 2019.

Arrivo al cinema dopo aver visto tonnellate di trailer. Dopo aver letto decine e decine di recensioni: non ce n'è stata una, e dico una, tra quelle che ho letto, che non abbia esaltato questo film definendolo “capolavoro”, “bellissimo”, “eccezionale”.

Colleghi e non colleghi, tutti uniti da un parere unanime: un film da non perdere. Chiaramente i colleghi immagino che avranno guardato il film anche dal punto di vista psicologico. Ovviamente.

E poi ci sono io, che non ho mai scritto una recensione, ma sono un fan del Cavaliere Oscuro. E sono anche preso dal dubbio di capirci poco di cinema (mi sento come quando fecero un esperimento facendo assaggiare a diversi sommelier un vino di scarsa qualità, servito dentro una bottiglia preziosa. Solo uno, il più inesperto tra tutti, si è assunto la responsabilità di dire “questo vino fa schifo”. Che coraggio, che responsabilità).

Ma veniamo al Joker.

Il film è un film di cui potresti spoilerare la fine in tutti gli angoli del pianeta. E sì: infatti alla fine lui diventa Joker. Scopertona, eh?

Gotham fa ovviamente schifo: c'è degrado, violenza, iniquità sociale. Una famosa giungla d'asfalto. La perfetta cornice per un'escalation verso una follia che assume un tono totalmente diverso. E sì, perché la cosa che ho colto è che nei panni del Joker il nostro Arthur mi è parso meno sofferente emotivamente: come se alla fine ce l'avesse fatta a trovare un ruolo nel mondo. Malato e disturbato, ma un ruolo.

È un film che sai già come va a finire. Passi due ore solo a vedere la trasformazione di un povero cristo sofferentemente psichiatrico che, omicidio dopo omicidio, diventa uno dei nemici più iconici di Batman.

Sì. Lui è un povero cristo psichiatrico. Con mamma psichiatrica. Entrambi ben oltre la soglia dell'indigenza.

Entrambi abbandonati da un servizio pubblico che si trova costretto a lasciarli per strada, causa un taglio di fondi.

Il film è sufficiente dal mio punto di vista. Joaquin Phoenix è favoloso.

E dal momento che il novanta per cento del film è occupato dalla sua figura (o meglio: di questo 90 per cento, l'ottanta è occupato da primi piani del suo viso, con e senza trucco. Puoi contargli le rughe, i denti storti, le piccole cicatrici. Se hai una buona vista, anche i punti neri), dicevo: siccome lui è eccezionale e occupa il 90 per cento del film, per logica conclusione, il film è eccezionale.

Che ha di eccezionale Gioacchino? Meglio lui o meglio Jack Nicholson?

Dal mio punto di vista Joaquin Phoenix ha reso la sofferenza emotiva e psichica molto meglio di Jack Nicholson, che invece somigliava più al cliché della follia (occhi spiritati e ghigno perenne). La sua risata è inquietante, ma non inquietante di quelle che se le senti di notte svieni: è decontestualizzata, forzata, odiata e sofferta.

Puoi solo perderti nella follia del suo sguardo. Perderti e sperare nell'improvviso cambio di inquadratura. Tutto in quel viso è dissonante. Tutto in quel viso inquieta.

Parliamo della sua fisicità. Magro, quasi rachitico. Brutto da vedere nudo, con un corpo malmesso e storto e le scapole tirate fuori e curvate come se fossero rese tali da invisibili fili di un burattinaio che non compare mai.

Balla disarticolato e rigido. Sempre uguale. Come se ci fosse davvero qualcuno a tirare i fili.

Lui è l'aspetto meraviglioso del film.

Il popolo che esulta e mette maschere del protagonista “cattivo” è qualcosa di già visto. Basta richiamare all'attenzione la maschera di Guy Fawkes in V per Vendetta.

Insomma, tirando le somme.

No trama.

Attore superlativo.

Disagio.

Sofferenza.

Vendetta.

E finalmente un posto nel mondo.

NB: la cosa fantastica è che finalmente i fan potranno osservare Gotham con la luce. E non nella perenne notte che sembra avvolgerla. Ma d'altronde, per stessa ammissione di Bruce Wayne, “io di notte sono Batman. Di giorno sono un idiota con il mantello”.

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta a Vasto. Chi sono

Come lavoro: la psicoterapia della Gestalt

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