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Giovanni RuggieroPsicologo e psicoterapeuta a Vasto Contatti

Emozioni e sintomi

Senso di colpa

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta
· 5 min di lettura

Articolo pubblicato in origine nel 2016.

L'illuminazione che passa da MasterChef.

Poche cose rimangono delle cose apprese alle elementari: l'analisi logica, qualcosa di geometria, la fotosintesi clorofilliana, il fagiolo che germoglia nell'ovatta bagnata. I più fortunati avranno costruito un piccolo acquario e avranno assistito alla metamorfosi del girino che si tramuta in rana.

E poi la base di tutta la conoscenza del mondo, così come lo conosciamo: i cinque sensi. Vista, gusto, olfatto, udito e tatto. I dispositivi minimi necessari per conoscere. Poi ci sono le categorie. Da qualche parte si situano le teorie.

Penso che in molti si siano dannati l'anima alla ricerca del sesto. Il famoso sesto senso. Cosa sia effettivamente non è dato saperlo con precisione: infatti, quando se ne parla, si parla di “una specie di sesto senso”, e non di sesto senso e basta.

Dylan Dog aveva il “quinto senso e mezzo”: chi lo ha letto, con gli anni ha imparato che l'indagatore dell'incubo era un tizio abbastanza strano: 50 camicie rosse, 50 giacche nere, 50 paia di jeans, 50 paia di scarpe Clarks. Cinquanta per dire tanto. Belloccio sì, ma più che altro affascinante. Tanti flirt, ma Groucho il solo grande amore. Lui non aveva il sesto senso: aveva il quinto e mezzo. Un quasi sesto senso.

Si potrebbe parlare di bassa autostima. Bruce Willis, in un film, conosceva un bambino che ce l'aveva. Se hai visto il film sai di che parlo, e sai che non era esattamente un bel dono.

E poi ci siamo noi. Sì, noi che abbiamo “il senso di colpa”, anzi i “sensi di colpa”. In almeno una rubrica di Vanity Fair se ne è parlato. Almeno in un articolo su Cosmopolitan. Quella stretta terribile, quel senso di soffocamento che prende solo quando “hai sbagliato”.

Una diagnosi è una gabbia

Ma la parola “senso di colpa” è una diagnosi, una sorta di cristallo. E se un cristallo è cristallizzato, noi possiamo fare poco. Io, tu, chiunque. E una diagnosi è una gabbia. Una volta data, poi rimane attaccata sia a chi la riceve sia a chi l'ha appena formulata.

La diagnosi, nella sua incredibile complessità, non è solo una conferma di “malattia”. Faccio un esempio. Se io dico: “Sono dello Scorpione, per questo credo nei segni zodiacali”, il concetto “credo nei segni zodiacali” viene incastonato nel concetto “Scorpione”: se sono dello Scorpione, è normale credere nei segni zodiacali. Ma se dico: “Credo nei segni zodiacali”, potresti fare la diagnosi di Scorpione? È un po' diverso.

E Scorpione è solo una delle possibili diagnosi. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 sono diagnosi. “Bambino adeguato” è una diagnosi. “Manipolativo” è una diagnosi. “Il piatto fa schifo” è una diagnosi. “Senso di colpa” è una diagnosi.

Che cosa c'è dentro la colpa

Vediamo un po'. Che vuol dire senso di colpa? Uno che ha senso di colpa cosa prova? Cosa pensa, cosa crede, cosa immagina potrebbe succedere? A mio avviso sono possibili domande che lasciano stare il cristallo e pongono l'occhio al processo.

“Il senso di colpa c'è perché esiste una colpa.” Prima definizione possibile.

Altra possibilità: “Atteggiamento utilizzato dai bambini quando combinano qualcosa per cui potrebbero essere rimproverati”; dal momento che il bambino in questione ha bisogno della madre o del padre, o di tutti e due, attua una serie di comportamenti atti a prevenire il suo allontanamento dall'amore genitoriale.

È forse di rimorso che stiamo parlando? Colpe e bambini, bambini e colpe. Cos'è la colpa?

Abbiamo un sistema educativo che proviene in maniera più o meno diretta dai nostri genitori (o in generale da chi si prende o si è preso cura di noi): abbiamo un solco in qualche modo già tracciato. In questo solco sono scritte le cose che dobbiamo fare, quelle che non dobbiamo fare, le cose che è possibile pensare e quelle che non vanno pensate mai e poi mai.

Non so nelle altre religioni, ma in quella cristiano-cattolica esistono restrizioni ben precise: i dieci comandamenti possono essere un esempio: dieci cose che vanno rispettate alla lettera. Se le rispetti, la ricompensa è il paradiso. Diversamente, il fuoco eterno con demoni punzecchiatori diventa l'unico traguardo possibile. Ma nell'ipotesi che io non sia interessato al paradiso, i dieci comandamenti sono lettere scolpite su una tavola di pietra.

È facile immaginare che per appartenere a qualcosa tali “cose” vadano rispettate. Pena l'esclusione, fisica o emotiva che sia. È una paura davvero tanto grande da non prendere in considerazione l'ipotesi di sgarrare. Ma ritengo che almeno un pochino trasgredire sia necessario: diversamente vorrebbe dire che ho ingoiato tutte le regole e i dettami necessari alla mia appartenenza. Vorrebbe dire che sono un clone emotivo, un replicante di qualcuno o qualcosa. Trasgredire un po' vuol dire in qualche modo decidere cosa è buono e masticabile, e da cosa vada invece rigettato.

Comunque, se prendo per buono che:

  • c'è una colpa;
  • ho paura che qualcuno o qualcosa possa rifiutarmi;

allora il “senso di colpa” diventa un modo per dire: “Uhhhhhh, ho sbagliato! Non vedi come sono pentito? Guardami… sto strisciando! Che altro vuoi che faccia perché tu possa perdonarmi? Ti prego, non mandarmi via! Ti prometto che non lo farò mai più.”

Mi rimane di sperare che chi mi è davanti sia convinto, o perlomeno commosso, e il gioco è fatto.

Dalla etichetta al processo

Ora: se un paziente mi parla di senso di colpa, io non so effettivamente dove mettere le mani. Ma se mi descrive quello che fa, come lo fa, che tipo di aspettative ha, che cosa vorrebbe ottenere dall'altro, le cose sono più masticabili, per me e per lui o lei. E non solo più masticabili, ma è possibile farci qualcosa. Se ne ha voglia, certo.

Gli illuminati giudici di MasterChef spesso attribuiscono un'etichetta finale al piatto del concorrente di turno: “Fa schifo.” Nulla da dire: se il piatto è terribile, è terribile. In fondo è una competizione. Ma se gli illuminati di cui sopra potessero spendere qualche parola in più, magari sul processo (“la pasta è troppo cotta, manca sale o troppo sale, l'abbinamento è sbagliato perché sono entrambi dolci, il broccolo con il baccalà non si fa”, e via discorrendo), il concorrente avrebbe la possibilità di imparare. Poi se al prossimo turno dovesse ricommettere i medesimi errori, diventerebbe un altro discorso.

Ma “il piatto fa schifo” e “la pasta è troppo cotta, manca di sale ed è asciutta” sono due modi di dire la stessa cosa: solo che sul primo giudizio io non ho strumenti per capire come fare, sul secondo sì.

Siate più illuminati dei giudici di MasterChef.

Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta a Vasto. Chi sono

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