Personalità e storia familiare
Pinturicchia nel mondo dei giganti
Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta
· 8 min di lettura
Ricordo un aneddoto: una volta uno psicologo disse: “i bambini vivono in un mondo di giganti”. Non ricordo di chi fosse questa frase, ma l'ho trovata sempre illuminante. E in effetti non è una condizione particolarmente difficile da immaginare: per quanto ne sanno loro, i bambini, siamo noi i giganti, e in quanto tali siamo noi che potremmo disporre e decidere delle loro sorti.
Saranno consapevoli del nostro potere rispetto alle loro vite? Magari non in questi termini… ma qualcosa a loro ronza in testa, in termini di paure.
Immaginiamo di stare davanti a uno, o più, uomini (o donne) alti quasi il triplo di noi: triplo dell'altezza, immagino possa equivalere almeno al triplo della forza.
E a che cosa serve una considerazione del genere? Serve perché quello che i bambini, molto sapientemente, fanno è cercare di tenerci sempre al loro fianco. Quanto può essere spaventoso immaginare di far arrabbiare i giganti? La nostra voce, così come la nostra figura, così come le nostre mani, sono smisuratamente più grandi e potenti delle loro. Saranno anche bambini, ma non sono stupidi: è facile immaginare che dovranno attuare una serie di strategie volte a elicitare “risposte di benevolenza” nei loro riguardi. D'altronde hanno bisogno di noi.
Quello che andrete a leggere è un dialogo immaginato, a tratti sarcastico, tra una “personalità” (P) e uno scrivente (I). Accuse e scuse, tra due entità.
Pinturicchia nella terra dei giganti
P. Ciao, sono la tua personalità.
I. Sei fatta maluccio, sai?
P. Maluccio io?
I. Sì. Sei rigida, ti adatti poco, e no, non mi piaci. Tutte queste ansie, questi modi di fare strani… dai, sii onesta: sembriamo il circo certe volte.
P. Appunto, sembriamo…
I. Zitta e fammi parlare. Lo vedi? Ecco un altro esempio: non posso nemmeno riflettere che subito arrivi: critichi, ironizzi. Hai la fissa delle parole e non me ne fai passare una che sia una. Dicevo: rigida, poco adattabile, critica, hai un umore che nei giorni sì ha la stessa verve di uno pneumatico sgonfio… insomma, mi lasci stare?
P. Si dice “insomma”, con la S.
I. Sei una rottura di scatole. Io voglio essere spontaneo, dire le cose, permettermi di non essere d'accordo: tu arrivi e dici “CI VUOLE LA S” con la tua vocina nasale, sei proprio una maestrina. Ecco: te la ricordi la signorina Rottermeier di Heidi? In confronto quella era Gandhi. Quanto vorrei sapere perché, tra i miliardi di uomini su questa terra, ho avuto proprio io la fortuna di incontrarti. Prima classificata categoria zitelle acide. Ecco: sei un'acida olimpica. Ah, che fortuna che ho!
P. Hai dimenticato di dire che sono lamentosa.
I. Sì, lo so. Se mi avessi fatto finire la frase, se mi avessi lasciato dieci secondi di più, lo avrei detto. Senti, facciamo così: dimmi che vuoi da me, che ci fai qui, e io la smetto. Giuro che la smetto.
P. La smetti di fare cosa?
I. Zitta e rispondi. Comunque parlare con te, di te, mentre tu guidi ogni cosa che faccio, non è cosa semplice. Tu scegli quello che posso e non posso dire. Ma ho una domanda per te.
P. Sentiamo.
I. Questo lo posso dire?
P. ………
P. Voglio raccontarti una storia: si chiama “Pinturicchia nel mondo dei giganti”.
I. Ecco pure la storiella zen! Dai, manca solo Siddharta, le porte della percezione, un album qualunque dei Doors e poi abbiamo fatto il perfetto kit dell'adolescente illuminato che non deve chiedere mai.
P. “Pinturicchia viaggiava. Era una bambina, ma come in tutte le favole che si rispettino, a otto anni si va in giro nel bosco, si squartano lupi, si incontrano orsi. Pinturicchia non faceva eccezione. Ti risparmio tutto il preambolo in cui la nostra eroina, attraverso mille peripezie, pericoli, funghi allucinogeni e molfette parlanti, giunge (infine) nella terra dei giganti. La città chiaramente non si chiamava “Terra dei giganti”, ma il nome poco aggiungerebbe alla nostra storia.
Insomma: ha otto anni, è alta circa un metro e in questa città il tizio più basso era alto un metro e ottanta. Dopo un iniziale periodo di vagabondaggio all'interno di questa città, un giorno si rese conto che i giganti, oltre a essere enormemente alti, erano anche enormemente forti. La loro voce poteva essere profonda o acuta, ma in ogni caso, quando i grandi parlavano, era possibile udire le voci in tutte le vallate.
Avrà avuto anche otto anni, ma non era una che si perdeva d'animo e infatti nelle sue canzoncine ogni tanto si canticchiava “AUNG AUNG AUNG, anche oggi amplierò la mia Weltanschauung, tra lla lla!”, con fare simil-tirolese.
Tipa aperta, Pinturicchia: sapeva arrabbiarsi, piangere, schifarsi, urlare, essere seria, fare i compiti, sapeva scappare e lottare per un giocattolo. Faceva la pipì dove aveva voglia e se non aveva voglia non si lavava i denti.
Ma in tutte le belle storie, si sa, l'eroina deve affrontare il suo drago prima di arrivare al finale. Se mai te lo stessi chiedendo, non ci sono draghi in questa storia.
Mentre giocava e urlava, mentre saltava e si sporcava, mentre faceva pipì e pupù in tutti gli angoli di questa città, un giorno venne sgridata da una gigantessa con una voce che sembrava stesse urlando da dentro una botte.
E dal momento che Pinturicchia non era stupida, si spaventò. Il giorno dopo fu la stessa cosa: ma a sgridarla furono due giganti, non uno solo, dalle terribili voci baritonali e roboanti. E anche quel giorno si spaventò.
Fu una settimana orribile: “Ma i giganti urlano e basta, o picchiano? No, perché a guardarle hanno delle mani che sembrano badili. Oddio, e se mi picchiano? E se mi schiacciano? Oddio… non uccideranno una bambina, secondo me… però che ne so io? Parlano una lingua che non conosco e non so nemmeno di cosa urlino.” Notti insonni, la Weltanschauung inizia a intaccarsi.”
P. Secondo te che succede poi?
I. Immagino che la bambina farà qualcosa.
P. Perspicace sei.
I. Sarcastica, acida.
P. Esatto: qualcosa la bambina doveva fare. Mettiti nei suoi panni: che ne sapeva lei se quei tipi erano tipi tranquilli o nervosi? E che avrebbero fatto se si fossero innervositi una volta di troppo? In altre parole: come doveva fare lei a sopravvivere?
Ti meraviglieresti se dopo una settimana di sgridate sapessi che Pinturicchia smise di saltellare? E sì… perché nella loro difficile lingua lei mica capiva i motivi per cui la sgridavano. Tra le varie cose che le sue sinapsi le concedevano, c'era da scegliere cosa eliminare dal possibile ventaglio di cose fatte che potevano dar fastidio.
Sapeva fare ancora un sacco di cose, come piangere, schifarsi, urlare, essere seria, fare i compiti, sapeva scappare e lottare per un giocattolo. Faceva la pipì dove aveva voglia e se non aveva voglia non si lavava i denti. Ma smise di saltellare.
Cominciò a girovagare per il paese senza saltellare. In effetti i giganti non avevano più granché da dire nei suoi riguardi. Capito?
Poi venne l'essere ordinata.
Poi il siediti composta.
Poi il non fare questo.
Poi il non far arrabbiare gli altri.
Uhhh, certo… aveva capito come smettere di aver paura di loro, ma la domanda è: a che prezzo?
E la cosa che faceva la continua spola tra il bizzarro e il triste è che lei a un certo punto andò via da quella benedetta terra… però continuò a non saltellare, a essere ordinata e a sedersi composta.
I. E perché bizzarra e triste?
P. Perché i giganti non c'erano più.
Ma come in tutte le favole che si rispettino, Pinturicchia incontrerà un mago, e i maghi, quando sono buoni e di cuore, aiutano sempre i protagonisti delle favole. Soprattutto poi se la protagonista è una ottenne con faccino simpatico e voglia di ricominciare a correre e saltellare. E sarà grazie a lui e alle sue capacità, e grazie soprattutto a lei, che alla fine di questa storia Pinturicchia ricomincerà a correre e saltellare.
I. Sì, ma la morale di tutta questa storia qual è?
P. La morale della storia è: “tu che c'hai capito?”
……
P. Per spiegarti la morale voglio raccontarti un'altra storia. Un discepolo un giorno si recò dal suo maestro, che come tutti i maestri viveva in un'umile abitazione da qualche parte in montagna. Alta, altissima montagna. E il discepolo chiese: “Maestro, come posso fare per illuminarmi?” Il maestro, in quanto maestro, ovviamente non rispose: prese un bastone e lo picchiò fortissimo. E il discepolo disse: “Grazie, maestro, ora ho capito.”
Chiaro ora?
Spiegare una favola, con riferimento alle favole da adulti (cosa che questa favola è, o meglio, intende essere), ha lo stesso senso di spiegare le barzellette quando chi ascolta non ha capito: si parte dal presupposto che chi non capisce è perché:
- non sa di cosa si parla (avete mai riso voi alla barzelletta di un ingegnere?);
- nonostante la favola in questione non sia una favola da ingegneria, non l'ha capita: e allora c'è da chiedersi: non sa capirla? Non la vuole capire? Non è il momento di capirla?
- magari è come il vino: prima di essere vino ha bisogno di fermentare e fare tutte quelle cose che fa il vino. Solo dopo, sarà vino.
Dott. Giovanni Ruggiero, psicologo psicoterapeuta a Vasto. Chi sono