Le nonne Zen sono state riconosciute patrimonio mondiale dell’umanità.

Non so se tutti ne abbiamo una o più, ma di fatto hanno sempre la frase giusta al momento giusto. Quella frase che “poteva essere solo lei, quella”, quella che incornicia tutta la vicenda, rendendola all’improvviso chiara, masticabile e assimilabile. Si perchè le nonne sono traditrici (hai mai aperto la scatola di latta dei biscotti al burro e c’hai trovato rocchetti di filo, aghi e bottoni?) ma sanno anche trovare la parola giusta che ti serve, proprio in quel momento.

Ok. Non TUTTE le nonne, d’accordo, non generalizziamo.Ma mi piace pensare la maggior parte di loro.

Alcune, come la mia, sono passate attraverso la guerra e la povertà, non indenni, ma ci sono passate attraverso. L’immagine non è quella del coltello caldo che divide il burro senza colpo ferire, ma somiglia di più ad un coltello arrugginito e senza filo che tenta di affettare un prosciutto con l’osso. Il taglio non è preciso. A dire la verità non sembra nemmeno un taglio, ma l’osso è andato.

 

Parto proprio da questa considerazione.

Che direbbe la succitata nonna in questa situazione? Che io sappia non ha vissuto quarantene, ma avrebbe la frase che “è perfetta per l’occasione“. E no, non inizia con Ezechiele 25:17.

 

(presa da qui)

In questa situazione la ZenNonna direbbe: “ogni disgrazia è provvidenza“. Che a ben guardare somiglia molto alla messa in pratica del concetto della resilienza. L’oramai conosciutissima resilienza, che suona più o meno cosi: “prendi il buono da quello che hai. Abbi la capacità di trasformare un disagio in un’opportunità“, proprio come dicono i fabbri quando spaccano un coltello appena forgiato: “non esistono sbagli nella vita del coltellinaio, solo coltelli più piccoli”.

Ps 1: chiaramoci, se io fossi a leggere dall’altro lato dello schermo iniziserei già a sbuffare, considerando che sste cose le avrai sentite e risentite, lette e rilette. Ma dammi ancora qualche riga.

Trovare la provvidenza in questa situazione è roba da illuminati, roba da ottimisti incalliti. Poi è ovvio che c’è chi ci riesce, chi sfrutta il tanto tempo per imparare, per fare, per vedere, per riuscire a.

Guarda qui:

Questa è la parola CRISI scritta in cinese: è composta di due caratteri. A sinistra c’è l’ideogramma che rappresenta il pericolo, l’altro rappresenta l’opportunità.

Lo sapeva mia nonna e come vedi lo sapevano già anche i cinesi.

 

 

                               (immagine e spiegazione sono presi da qui)

E’ un po’ come le nozioni che hai imparato guardando “Eplorando il corpo umano”: sono un percolato animato di medicina che non possono essere contraddette, mai e in nessun modo. Nemmeno il Burioni nazionale osserebbe tanto.

Quindi ciò che stai leggendo è vero. Senza se e senza ma. Mettiti l’anima in pace. Non porti domande su questa cosa. Se ti piacciono le verità, questa è una verità.

Ora c’è da dire che essendo cosa particolarmente difficile (considera tutta l’emotività che ti striscia sotto i piedi che non è che abbia proprio la funzione di spingerti verso nuove conquiste, eh…) considera anche i 40 giorni appena passati che non è che hanno avuto proprio l’effetto kerosene sul tuo umore, considera la mancanza di relazioni, di visi, di persone da toccare, da annusare, non è affatto detto che tu ci riesca. Che io ci riesca. Che noi e che voi ci RIESCA.

Faccio un esempio pratico.

Una delle cose che forse ci  sta tenendo in vita è il continuo contatto cibernetico con amici e persone più o meno vicine. Continuo per intendere proprio “di continuo”, in continuazione. L’ho detto e lo ribadisco: mantenere contatti sociali è sacrosanto e di fondamentale importanza. Se dico continuo intendo che potrebbero esistere persone che pur di non sentire la solitudine (“…e vorrei anche vedere che non basta l’isolamento sociale-fisico, ci mettiamo a sentire anche la solitudine…“. Lo stai pensando, vero?) passano gran parte della giornata davanti ad un monitor.

Allora prendiamo un fatto. Esiste almeno una persona che pur di non stare da solo, messaggia e video chiama amici, parenti, zii, cugini, labrador, petauri dello zucchero e vombati dal naso peloso. Li chiama tutti.

Petaurus breviceps – Petauro dello zucchero

 

Lasiorhinus – Vombato dal naso peloso

Brian Eno una volta ha scritto una frase che recita più o meno cosi: “onora il tuo errore come un’intenzione nascosta“.

Se l’errore consistesse nell’incapacità di trovare la provvidenza in questa disgrazia, allora il buon Brian arriva e ti sussurra: “onora questo errore, questo sbaglio: c’è un’intenzione dietro, guarda che vuoi altro!“.

Si c’è un’intenzione. Nascosta e mimetizzata ma c’è.

Se la scopri ti fai un regalo.

Se la scopro, me lo faccio io, il regalo.

Brutto affare la solitudine (non quella in cui sei DA solo, ma quella in cui SEI solo); allora arriva la domanda.

Cercando di non sentire la solitudine, messaggiando, parlando, scrivendo, videochiamanda ecc ecc, in che modo ti stai proteggendo? Da cosa? Che scenari proiettano le sinapsi ai tuoi occhi?

Immagina di disegnarla: come la rappresenti? Un armadio scuro con un drago bavoso a sette teste? Una stanza buia con il famoso assordante silenzio? Un corridoio buio con rumore di passi? Dei clown che ti guardano con la loro testa piegata mentre sono impegnati, senza riuscirci, a rimanere chiusi in una scatola dei giochi? Uno stagno di notte, con il rumore di qualcosa che striscia in acqua, dove sei immerso?

Pensa ad uno scenario evocato. E presta bene attenzione al tuo corpo (anche se in questo periodo sembra essere diventato solo un contenitore da riempire con migliaia e migliaia di calorie, lo so) e vedi se da qualche parte ti contrai, formicoli, ti irrigidisci…. Fai caso e queste reazioni: fanno parte dell’altra verità. Si perchè mentre è relativamente semplice tenere lontano dall’attenzione, brutti ricordi, brutte immagini e tutto gli annessi e i connessi, il corpo invece manda segnali in continuazione, le famose sensazioni, reagisce nell’immediato a qualche stimolo. Sono segnali generici e non strutturati, ma sono segnali. Credo tu possa fare una facile e arbitraria distinzione separando le sensazioni in “piacevoli” e “spiacevoli”e di connetterle sempre arbitrariamente a momenti piacevoli e momenti spiacevoli. Quelle spiacevoli, cerchiamo di non sentirle

Osserva in che modo mantenere i c o n ti n u i contatti con il “fuori da te”, senza mai una pausa, ti aiuti a non guardarlo ‘sto scenario, a non sentirle ‘ste sensazioni.

 

Zen Nonna Eno?

EnoZenNonna?

NonnaZenEno?

ZenEnoNonna forse.

Vabbè, buone riflessioni.

 

 

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