Ricordo un aneddoto: una volta uno psicologo disse: “i bambini vivono in un mondo di giganti”. Non ricordo di chi fosse questa frase, ma l’ho trovata sempre illuminante. E in effetti non è una condizione particolarmente difficile da immaginare: per quanto ne sanno loro, i bambini, siamo noi i giganti: e in quanto tali siamo noi che potremmo disporre e decidere delle loro sorti.

Saranno consapevoli del nostro potere rispetto alle loro vite? magari non in questi termini… ma qualcosa a loro ronza in testa…in termini di paure.

Immaginiamo di stare davanti uno, o più, uomini (o donne) alte quasi il triplo di noi: triplo dell’altezza, immagino possa equivalere almeno al triplo della forza.

 

 

E a che cosa serve una considerazione del genere? Serve perchè quello che i bambini, molto sapientemente fanno, è cercare di tenerci sempre al loro fianco. quanto può essere spaventoso immaginare di far arrabbiare i giganti? la nostra voce, cosi come la nostra figura, cosi come le nostre mani, sono smisuratamente più grandi e potenti delle loro. Saranno anche bambini, ma non sono stupidi: è facile immaginare che dovranno attuare una serie di strategie volte ad elicitare “risposte di benevolenza” nei loro riguardi. D’altronde hanno bisogno di noi.

Quello che andrete a leggere è un dialogo immaginato, a tratti sarcastico, tra una “personalità” (P) ed uno scrivente (I). accuse e scuse, tra due entità.

 

 

Pinturicchia nella terra dei Giganti.

P. Ciao sono la tua personalità.

I. sei fatta maluccio,sai?

P. maluccio io?

I. si. Sei rigida, ti adatti poco, e no, non mi piaci. Tutte queste ansie, questi modi di fare strani…dai, sii onesta: sembriamo il circo certe volte.

P. appunto sembriamo…

I. zitta e fammi parlare. Lo vedi? Ecco un altro esempio: non posso nemmeno riflettere che subito arrivi: critichi, ironizzi. Hai la fissa delle parole e non me ne fai passare una che sia una. Dicevo: rigida, poco adattibile, critica, hai un umore che nei giorni SI hai la stessa verve di uno pneumatico sgonfio… inzomma, mi lasci stare?

P. si dice insomma, con la S.

I. sei una rottura di scatole. Io voglio essere spontaneo, dire le cose, permettermi di non essere d’accordo: tu arrivi e dici “CI VUOLE LA S” con la tua vocina nasale, sei proprio una maestrina. Ecco: te la ricordi la signorina Rottermeyer di Heidi? In confronto quella era Ghandi. Quanto vorrei sapere perchè, tra i miliardi di uomini su questa terra, ho avuto proprio io la fortuna di incontrarti. Prima classificata categoria zitelle acide. Ecco: sei un’acida olimpica. Ah che fortuna che ho!.

P. hai dimenticato di dire che sono lamentosa.

I. si lo so. Se mi avessi fatto finire la frase, se mi avessi lasciato dieci secondi di più lo avrei detto. Senti, facciamo cosi: dimmi che vuoi da me, che ci fai qui e io la smetto. Giuro che la smetto.

P.la smetti di fare cosa?

I. zitta e rispondi. Comunque parlare con te, di te, mentre tu guidi ogni cosa che faccio, non è cosa semplice. Tu scegli quello che posso e non posso dire. Ma ho una domanda per te.

P. sentiamo.

I. questo lo posso dire?

P………..

P. voglio raccontarti una storia: si chiama Pinturicchia nel mondo dei giganti.

I. ecco pure la storiella Zen!!! dai, manca solo Siddharta, le porte della percezione, un album qualunque dei Doors e poi abbiamo fatto il perfetto kit dell’adolescente illuminato che non deve chiedere mai.

P. “Pinturicchia, viaggiava. Era una bambina, ma come in tutte le favole che si rispettino ad otto anni, si va in giro nel bosco, si squartano lupi, si incontrano orsi. Pinturicchia non faceva eccezione. Ti risparmio tutto il preambolo in cui la nostra eroessa, attraverso mille peripezie, pericoli, funghi allucinogeni e molfette parlanti, giunge (infine) nella terra dei giganti. La città chiaramente non si chiamava “Terra dei giganti” ma il nome poco aggiungerebbe alla nostra storia.

Insomma: ha otto anni, è alta circa un metro e in questa città il tizio più basso era alto un metro e ottanta. Dopo un iniziale periodo di vagabondaggio all’interno di questa città, un giorno si rese conto che i giganti oltre ad essere enormemente alti, erano anche enormemente forti. La loro voce poteva essere profonda o acuta, ma in ogni caso, quando i grandi parlavano, era possibile udire le voci in tutte le vallate.

Avrà avuto anche otto anni, ma non era una che si perdeva d’animo e infatti nelle sue canzoncine ogni tanto si canticchiava “AUNG AUNG AUNG anche oggi amplierò la mia Weltanschauung, tra lla lla!” con fare simil tirolese.

Tipa aperta Pinturicchia: sapeva arrabbiarsi, piangere, schifarsi, urlare, essere seria, fare i compiti, sapeva scappare e lottare per un giocattolo. Faceva la pipì dove aveva voglia e se non aveva voglia non si lavava i denti.

Ma in tutte le belle storie si sa, l’eroessa deve affrontare il suo drago, prima di arrivare al finale. Se mai te lo stessi chiedendo, non ci sono draghi in questa storia.

Mentre giocava e urlava, mentre saltava e si sporcava, mentre faceva pipì e pupù in tutti gli angoli di questa città un giorno venne sgridata, da una gigantessa con una voce che sembra stesse urlando da dentro una botte.

E dal momento che Pinturicchia non era stupida, si spaventò. Il giorno dopo fu la stessa cosa: ma a sgridarla furono due giganti, non uno solo, dalle terribili voci baritonali e roboanti. E anche quel giorno si spaventò.

Fu una settimana orribile: “ma i giganti, urlano e basta, o picchiano? No perché a guardarle hanno delle mani che sembrano badili. Oddio e se mi picchiano? E se mi schiacciano? Oddio…non uccideranno una bambina secondo me….però che ne so io? Parlano una lingua che non conosco e non so nemmeno di cosa urlino. Notti insonni, la Weltanschauung inizia ad intaccarsi.

P. secondo te che succede poi?

immagino che la bambina farà qualcosa.

P. perspicace sei.

I. Sarcastica, acida.

P. esatto: qualcosa la bambina doveva fare. Mettiti nei suoi panni: che ne sapeva lei, se quei tipi erano tipi tranquilli o nervosi? E che avrebbero fatto se si fossero innervositi una volta di troppo? In altre parole: come doveva fare lei a sopravvivere?

Ti meraviglieresti se dopo una settimana di sgridate, sapessi che Pinturicchia smise di saltellare? E si….perchè nella loro difficile lingua, lei mica capiva i motivi per cui la sgridavano. Tra le varie cose che le sue sinapsi le concedevano, c’era da scegliere cosa eliminare dal possibile ventaglio di cose fatte che potevano dar fastidio.

Sapeva fare ancora un sacco di cose, come piangere, schifarsi, urlare, essere seria, fare i compiti, sapeva scappare e lottare per un giocattolo. Faceva la pipì dove aveva voglia e se non aveva voglia non si lavava i denti., ma smise di saltellare.

Cominciò a girovagare per il paese, senza saltellare. In effetti i giganti non avevano più granchè da dire nei suoi riguardi. Capito?

Poi venne l’essere ordinata.

Poi il siediti composta.

Poi non fare questo.

Poi non fare arrabbiare gli altri.

Uhhh certo…aveva capito come smettere di aver paura di loro, ma la domanda è: a che prezzo?

 

E la cosa che faceva la continua spola tra il bizzarro e il triste è che lei ad un certo punto andò via da quella benedetta terra…però continuò a non saltellare, ad essere ordinate e a sedersi composta.

I. e perchè bizzarra e triste?

P. Perchè i gigantic non c’erano più.

 

Ma come in tutte le favole che si rispettino, Pinturicchia incontrerà un mago e I maghi, quando sono buoni e di cuore, aiutano sempre i protagonist delle favole. Soprattutto poi se la protagonist è una 8enne con faccino simpatico e voglia di ricominciare a correre e saltellaree. E sarà grazie a lui e alle sue capacità, e grazie soprattutto a lei, che alla fine di questa storia che Pinturicchia ricomincerà a correre e saltellare.

I. si ma la morale di tutta questa storia, qual’è?

P. La morale della storia, è: “tu che c’hai capito?

……

P: per spiegarti la morale, voglio raccontarti un’altra storia. Un discepolo un giorno si recò dal suo maestro, che come tutti i maestri viveva in un’umile abitazione da qualche parte in montagna. Alta, altissima montagna. E il discepolo chiese: “maestro come posso fare per illuminarmi?” il maestr, in quanto maestro ovviamente non rispose: prese un bastone e lo picchiò fortissimo. E il discepolo disse: “grazie maestro, ora ho capito”.

Chiaro ora?

Spiegare una favola, con riferimento alle favole da adulti (cosa che questa favola è, o meglio, intende essere), ha lo stesso senso di spiegare le barzellette, quando chi ha ascolta, non ha capito: si parte dal presupposto che chi non capisce è perché:

  • Non sa di cosa si parla (avete mai riso voi alla barzelletta di un ingegnere?);
  • Nonostante la favola in questione non sia una favola da ingegneria, non l’ha capita: e allora c’è da chiedersi: non sa capirla? Non la vuole capire? Non è il momento di capirla?

Magari è come il vino: prima di essere vino ha bisogno di fermentare e fare tutte quelle cose che fa il vino. Solo dopo, sarà vino.

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