Esistono Tecniche per la gestione dell’incandescenza?

Inizio parafrasando un albo del celebre indagatore dell’Incubo, Dylan Dog.

Addii

Lunghi

Mistero

Incubo.

Sono parole che solo ora mentre scrivo, mi accorgo che celano nella loro semantica, l’ordine naturale di quanto io voglia scrivere.

Il tema è quello del suicidio.

Per alcuni evidente segno di patologia, per altri inequivocabile segno di egoismo, per altri ancora, un gesto dallo spiccato gusto esistenziale.

In passato mi sono interrogato, e a dirla tutta, ho anche interrogato chi ne sapeva più di me: dal mio punto di vista è sempre stato un segno di debolezza, di chi non ha più risorse. Di chi ha terminato le chance di vita e decide allora che l’unica via è l’altra via. Non avere più scelta è a suo modo una scelta. Le scelte per certi versi, ci sono sempre. Alcune son dolorose, altre poco praticabili, molte altre richiedono dei sacrifici personali e relazionali, a prima occhiata, non sostenibili.

Non sostenibile. Questa è una parola chiave.

Sostenibile che vuol dire? Che si può sostenere? Come un masso? Se pesa 1000 chilogrammi, non è sostenibile. A meno che, tu non sia una gru.

Sostenibile vuol dire (almeno qui, mentre leggi) qualcosa che rientra nel raggio di azione della tua esperienza.

Ovvero le cose che conosci, le metti in pratica.

Se hai un ventaglio di ipotesi per rispondere ad una situazione, vuol dire che escludi tutte le altre. Come dire: se hai la possibilità di mangiare una fetta di torta, sostanzialmente vuol dire lasciare tutta la torta, meno una fetta, a disposizione.

Torte e morte.

Dovrebbe saltare subito all’occhio che dare una spiegazione ironica, razionale e cognitiva, sia un modo come un altro per dare una forma a qualcosa che una forma non ce l’ha: un modo per far calare la tensione, considerando l’argomento. Dare un ordine alle cose (e Linneo ci insegna) è un modo per dare ordine al caos. Se dai ordine, le cose sono manipolabili (nel senso di “puoi metterci le mani”), e le cose manipolabili ed ordinate fanno meno paura.

Ecco la fondamentale ricerca che placa gli animi.

Certo, placare gli animi, non è la cura. Somiglia più al cortisone che all’antibiotico: placa il sintomo, ma il nucleo batterico, virale, esistenziale o quel che è, è lì che aspetta. E più aspetta, e ovviamente, più cresce.

Che faccio allora, decido io che il cortisone esistenziale sia una sciocchezza? Ma nemmeno per sogno. Permette a mio avviso, la ripresa. Permette di scrivere, di rialzarsi, di condividere e magari di riconoscersi. Ma purtroppo è solo l’inizio del cammino.

Fare il terapeuta vuol dire, tra le tantissime cose, ventilare l’ipotesi che in circa 50 anni di professione un cliente, possa un giorno decidere di farla finita. Farla finita per davvero oppure solo per “dimostrazione”.

E si, perché sembra proprio che dimostrare qualcosa sia una prerogativa del finto suicidio. Gesti estremi per chi sceglie di non avere altri gesti meno estremi. Non per chi NON NE HA.

Per chi SCEGLIE DI NON AVERNE.

Scelgo di rivolgere contro di me, un’aggressività fortissima. Retrofletto, invece di agire.

Ma la domanda che io mi pongo è: dire cosa? Esprimere cosa? Punire? Far sentire in colpa? Spaventare? Piegare gli altri al proprio volere?

Le risposte possono essere: si, si, si, si, si, ….. oppure Boh. Forse. Anche. Perché no.

Scrivo non per sviscerare le ipotesi che sottostanno al suicidio. Tante persone, tanti suicidi, tante motivazioni sottostanti: scrivo perché in questo amato/odiato lavoro, spesso, quello che rimane è l’amaro in bocca. E come si toglie dalla bocca l’amaro? Ci poniamo moltissime domande, che spesso hanno lo scopo di cercare un perdono per qualcosa che si è fatto? O che si sarebbe dovuto fare?

Ed è lì che la nostra integrità subisce un meraviglioso scossone.

Non ci troviamo di fronte una patata bollente: ma abbiamo per le mani lava incandescente, con i suoi migliaia di gradi. Ci sono accorgimenti per maneggiare la lava? Vi immaginate come potrebbe essere maneggiare la lava? Ecco. La sensazione è quella.

Le domande rimbalzano proprio come schegge impazzite: ma ho fatto il possibile? Oppure no? Quando ho scelto di fare quello che ho fatto, con quale motivazione l’ho fatto? Troppo empatico? Troppo direttivo? Troppo vicino o troppo lontano? Sintonizzato o fuori frequenza? E potrei continuare a cercare altre domande che hanno un po’ il sapore di “ti prego dammi una ricompattata”.

Ahimè sembra proprio che le consolazioni siano solo di passaggio.

Ho sentito, durante i confronti e gli scambi con amici, con colleghi, la sensazione forte e decisa di una sorta di meccanismo preventivo suicidario. Ovvero tutto quello che è in nostro potere fare per “prevenire” (scrivo prevenire e rido) che un paziente possa suicidarsi. È la strutturazione del setting. L’importanza delle regole nel setting. Poi per alcuni le regole sono flessibili, per altri sono rigide come l’acciaio.

Credo che la ricerca della regola estrema nel setting terapeutico, sia utilissima: ma ha il compito (forse) di porci un pochino al di là del senso di colpa, che potrebbe essere dilaniante. Sentirsi responsabile per la morte, oppure la scampata morte, non è una cosa esattamente “masticabile”.

Le regole sono queste: se non ci stai, fai quello che ti pare”. È un momento strano, ma mi suonano terribilmente cosi.

Il dramma vero è che forse, le cose stanno un po’ più in questo modo “non posso impedirti di ucciderti: non posso correrti dietro e fermarti ogni volta che deciderai di ingoiare flaconi interi di pillole, oppure la tua mano brandirà un coltello, rivolto dalla parte sbagliata: non posso (e MALEDIZIONE) io non voglio”.

Non voglio colludere

Non voglio salvarti se tu non ne hai voglia.

Non voglio essere il tuo pronto soccorso personale.

Voglio fare quello che ritengo sia il meglio possibile: per me e per te.

Frasi che hanno il sapore della scoperta della possibilità di lasciare ad ognuno in mano il suo destino. E non sono frasette da Baci perugina che leggiucchi mentre mastichi la pralina oppure frasi da biglietti della fortuna cinesi: chiariamoci: il sapore del ricatto, di chi utilizza gesti cosi estremi e violenti, io lo avverto; non dico di esserne sicuro, ma lo sento.

Fare pace con il crocerossino che è in me, che è in te, che è un pochino in ognuno, ha portato con il tempo a sostituire l’angoscia per la presunta responsabilità, alla tristezza autentica.

La parola presunta non è a caso.

Se hai esperienza vicina o lontana, sai che la cosa ti riguarda. E non solo ti riguarda: ma se questo è ancora un nucleo ancora pulsante oltre a riguardarti, ti lacera. Se hai esperienza, sai di cosa parlo.

Se hai esperienza sai, cosa si lascia dietro in termini di strascichi.

(articolo pubblicato sulla rivista IN Formazione nr 31-32)

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