Se si dovesse fare una lista delle caratteristiche del “buon” terapeuta, o del “buon” educatore” o del “buon” qualsiasi-mestiere-abbia-a-a-che-fare-con-le-relazioni-umane, una delle caratteristiche più importanti sarebbe senza ombra di dubbio l’empatia. Non è teoria: questa convinzione deriva dall’esperienza fatta in diversi gruppi di formazione con operatori della relazione d’aiuto: qui l’empatia veniva sempre collocata se non al primo, tra i primi 3.

L’empatia è uno strumento dell’anima che ci permette di svolgere al meglio questo tipo di lavoro.

Ma cos’è l’empatia? Generalmente viene definita come la disponibilità d’animo a mettersi nei panni di.

Una canzone dei Depeche Mode suonava cosi “…try to walking in my shoes….”, prova a camminare nelle mie scarpe.

L’apprendimento.

Se faccio un piccolo passo indietro, posso riuscire ad immaginare solo due modi in cui le persone possono apprendere: la via teorica e quella esperienziale: apprendo dai concetti e studiando nel primo caso, nel secondo apprendo facendo qualcosa.

È un concetto facile da capire, soprattutto se si ha la fortuna di avere o di conoscere dei bambini piccoli.

Frasi come “non toccare il fuoco che ti scotti!” oppure “fai attenzione che ti fai male” sono espressioni sentite e risentite: ma a questa nostra richiesta, capita spesso che l’unica cosa che il bambino inizi a provare è quella spinta interna fortissima, verso la cosa proibita, verso la cosa misteriosa.

Una riedizione moderna di “Ok Adamo: qui puoi fare tutto quello che ti pare: mangia quello che vuoi, gira dove vuoi, fai esattamente tutto quello che ti pare: hai a disposizione tutti i tipi di frutti che tu possa immaginare. MA MAI, E DICO MAI, DOVRAI MANGIARE IL FRUTTO DI QUELL’ALBERO: l’inferno sarebbe alle porte. Tutto tranne quello.” Come sono andate le cose penso sia cosa risaputa.

Togliamo gli abiti di Dio e indossiamo quelli degli anziani contadini (di ‘na volta…) Alcuni detti popolari per quanto riguarda alcuni aspetti educativi focalizzano l’attenzione proprio su quest’aspetto: “è inutile che tu glielo dica…. Se non ci sbatte il muso, non lo capisce”. Estrema sintesi di “è inutile che tu provi a spiegare concettualmente qualcosa, tanto se non ne fa esperienza, non lo apprenderà mai veramente”.

Non è possibile criticare, ne nessuno penso abbia voglia di farlo, l’apprendimento per via teorica: non credo sarebbe possibile immaginare diversamente alcune complicatissime teorie quantiche, oppure concetti tanto distanti dalla abituale esperienza quotidiana. Un esempio riguarda i logaritmi.

 

 

 

A cosa serviranno mai i logaritmi è una cosa su cui mi sono interrogato per anni. Davanti alla loro inutilità la mia motivazione è sempre precipitata. Poi un giorno ho chiesto ad un liutaio: “come decidi la grandezza dei tasti di una chitarra? Come decidi di quanto devono restringersi man mano che si va avanti sulla tastiera della chitarra?” la risposta è stata: “è un semplice calcolo logaritmico”.

Uh! Allora a qualcosa servono. Dalla teoria gli odiati logaritmi sono diventati parte della mia esperienza di vita. Tanto è bastato per non odiarli più.

Per quanto riguarda “la cosa” relazionale è valido lo stesso principio: il tuo vissuto deve in qualche modo riuscire a far parte del mio, altrimenti sarà solo una conoscenza cognitiva e mai esperienziale. Sarà un freddo sapere.

E allora la domanda che mi pongo è: come faccio ad essere empatico con le persone? Cos’è che mi permette DAVVERO di calarmi nei panni dell’altro? Cos’è che mi permette di apprendere davvero qualcosa dell’altro, stando al suo posto?

O meglio: perché calandomi nei suoi panni, io potrei riuscire a conoscere qualcosa di lui e di conseguenza, anche qualcosa di me?

L’empatia è un’esperienza: se indosso i panni dell’altro io provo qualcosa, penso qualcosa, immagino qualcosa. Ma in risposta a cosa?

Qui si colloca la nostra storia, le nostre esperienze personali.

Ho sempre pensato che per aver a che fare con le persone, e per riuscire a calarti nei loro panni con onestà, nel nostro passato dobbiamo aver avuto almeno un’esperienza che abbia in qualche modo a che fare con il vissuto attuale della persona che ci sta davanti.

Ogni volta che ho detto questo mio personalissimo pensiero sono stato sempre e violentemente criticato.

Ma il mio pensiero rimane: come fai ad esempio a lavorare con un gruppo di alcolisti, se almeno una volta nella tua vita non hai provato gli effetti dell’alcol? Come fai davvero a capire perché l’alcol è così importante nella vita di queste persone? Lo stesso vale per i tossicodipendenti: come fai, sinceramente e onestamente, a comprendere la loro esperienza se non hai mai avuto, anche solo occasionalmente, un contatto con una sostanza stupefacente o comunque psicotropa? Se non ne conosci gli effetti, l’effetto tranquillizzante, l’euforia e tutto il resto? Come fai davvero a capire che ruolo gioca la sostanza nella vita delle persone? O ancora perché queste persone passano la loro esistenza alla continua ricerca di ciò?

La critica solita è: “allora se tu non sei mai stato abusato non puoi lavorare con persone vittime di stupro”. La cosa non è del tutto vera. Anzi, penso non lo sia per nulla. Se anch’io fossi una vittima di stupro, con ogni probabilità sarei in grado di cogliere ogni più piccolo particolare dell’esperienza dell’altro, perché si calerebbe perfettamente nel mio vissuto. E il mio vissuto si calerebbe perfettamente in quello dell’altra persona.

Come faccio allora?

Personalmente ritengo che avere delle esperienze simili sia l’unica via per accedere al vissuto dell’altro. Una violenza è l’atto di subire qualcosa di più o meno drammatico, senza la propria volontà: assolutamente non voglio che questo accada, ma mentre accade, io non strumenti per fronteggiarla.

La domanda è: avrò avuto nella mia vita un’esperienza in cui sono stato costretto a subire qualcosa contro la mia volontà senza poterci fare nulla? A meno che non si sia vissuti sotto una campana di vetro, ritengo questo mio pensiero valido.

Rimanga ben chiaro che la tonalità emotiva e l’angoscia sottostante sono completamente diverse, ma qualcosa di simile nella mia anima è presente. Non è tanto, ma è qualcosa. È una condizione che mi permette di creare un ponte tra la mia (seppur piccola) esperienza e quella dell’altro, riuscire a sentire quello che l’altro sente.

Potrebbe essere cosi rappresentato:

insiemi

A rappresenta l’esperienza dell’altro, B la mia e C è la zona dove le nostre esperienze si incontrano.

Ritengo fondamentale la “zona C” in quanto è proprio lì che le nostre esperienze potranno incontrarsi e io terapeuta, potrò essere empatico con i tuoi vissuti, una specie di “….so bene di cosa parli: è un luogo che ho conosciuto prima di te, e ho avuto delle emozioni simili alle tue.”

Probabilmente il disegno mostra una zona C piuttosto piccola rispetto magari alla reale presenza di esperienze più o meno simili tra me e l’altro. Questo perché in molti casi le esperienze (in quanto appartenenti al genere umano) tendono spesso se non a ripetersi, almeno a somigliarsi, chiaramente con le dovute eccezioni.

Mi viene da chiedermi (e da chiederti) se davanti ad una persona, quando non si risuona, quando non si prova quell’empatia, ciò accada per una mancanza reale di un substrato comune, o perché risuonare con QUELLA esperienza che mi racconti, mi mette in contatto con aspetti irrisolti di me. Con una sufficiente attenzione fluttuante (tra il dentro e il fuori di me) posso scoprire molto, sia di te, che di me facendo luce sui lati bui della mia e della tua personalità.

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