UN APPROCCIO DI TERAPIA DELLA GESTALT ALLA VERGOGNA E ALLA SUPERIORITA’

  TEORIA E METODO

Articolo di Richard G. Erskine – Traduzione di Laura Pieroni

Fonte: http://www.integrativetherapy.com/it/articles.php?id=108

Estratto: La vergogna e il senso di superiorità sono dinamiche intrapsichiche che aiutano l’individuo a difendersi dalle rotture di relazione. Questo articolo discute come, in un’ottica di copione di vita, la vergogna sia costituita dalla convinzione-copione ‘c’è qualcosa di sbagliato in me’, che si forma come conseguenza di messaggi e decisioni, dell’incapacità di rispondere a richieste impossibili, di speranza difensiva e di controllo. Dal punto di vista della terapia della Gestalt la vergogna implica un ridotto concetto di sé in confluenza con la critica, una trasposizione difensiva della tristezza e della paura, e una negazione e retroflessione della rabbia. La vergogna può anche derivare da una fissazione arcaica o da un’introiezione. Si suggerisce che il senso di superiorità sia negazione del bisogno di relazione. Si descrive una psicoterapia di relazione orientata al contatto, che ponga l’accento sull’indagine, la sintonia e il coinvolgimento.

Parole chiave: senso di superiorità, terapia della Gestalt, indagine, sintonia, coinvolgimento, contatto-nella-relazione, terapia di relazione, confluenza, retroflessione, contrapposizione.

Diversi anni fa un collega mi telefonò e iniziò la conversazione criticando il mio comportamento e definendo patologica la mia motivazione. Sebbene io mi scusassi, tentassi di spiegare la situazione, e provassi a risolvere il problema in questione, la nostra precedente relazione calda e rispettosa si concluse con una mancanza di comunicazione.

Ad ogni successivo tentativo di parlare con quella persona m’impappinavo, mi sentivo incapace, ed evitavo di parlare dei miei sentimenti e della nostra relazione. L’esperienza di essere stato umiliato da un collega che rispettavo mi lasciò con un senso di vergogna debilitante. Anelavo a una ricongiunzione con lui. Avrei voluto che s’informasse sui miei sentimenti e sulla nostra perdita di contatto, che riconoscesse e rispondesse con empatia e reciprocazione all’esperienza umiliante che avevo subito nell’originaria conversazione telefonica. La sensazione di vergogna e il desiderio di un rinnovato rapporto mi spinsero a esaminare le mie reazioni interne all’umiliazione. Nelle mie sedute di psicoterapia personale rivissi di essere un ragazzino di sette o otto anni, pieno di tristezza e di paura, che tentava di adattarsi a un insegnante assai critico. Il beneficio della psicoterapia personale fu un recupero della sensibilità verso gli altri e verso me stesso, e una sensazione di appagamento personale.

Il vantaggio professionale di risolvere la mia vergogna consistette in un’evoluzione nella pratica clinica dei miei metodi e delle interazioni terapeutiche. Fronteggiai diverse domande: come e quando etichetto la gente? Attribuisco motivazioni, invece di agevolare gli altri a comprendere i loro comportamenti? Quali effetti hanno sugli altri le mie emozioni interne e i miei comportamenti? Nel mio tentativo di essere terapeutico sottintendo al cliente ‘c’è qualcosa di sbagliato in te?

La vergogna e il senso di superiorità sono dinamiche protettive per evitare di restare feriti dall’umiliazione e dalla perdita di contatto-nella-relazione con l’altro. Quando una relazione è contaminata dall’essere criticati, ridicolizzati, colpevolizzati, etichettati, ignorati, o altri comportamenti umilianti, il risultato è un’aumentata vulnerabilità nel rapporto. Il contatto o attaccamento è spezzato. La vergogna e il senso di superiorità derivano dall’umiliazione dell’onta e del rimprovero e dalla perdita di autostima.

Sia la vergogna che il senso di superiorità rispecchiano difese usate per evitare di sperimentare quanto l’individuo sia vulnerabile e impotente di fronte alla perdita di un rapporto. La vergogna è l’espressione della speranza inconscia che l’altro si prenda la responsabilità di riparare la rottura della relazione. Il senso di superiorità rappresenta la negazione della necessità del rapporto stesso.

Le idee teoriche sulla vergogna e sul senso di superiorità come difesa e gli interventi clinici presentati in questo articolo sono il risultato di vari anni di indagine personale sui miei errori come terapeuta, sulle rotture che ho provocato nelle relazioni terapeutiche con i clienti, e sui modi di fare che possono aumentare il senso di vergogna di un cliente. Una rispettosa indagine dell’esperienza fenomenologica di ogni cliente nel dialogo terapeutico ha permesso di esplorare transazione-per-transazione i miei fallimenti empatici, le mie percezioni sbagliate dei livelli di sviluppo funzionale, e le mie dissintonie emotive: le interruzioni del contatto-nella-relazione. Una volta assunta la responsabilità delle rotture nella relazione terapeutica la mia terapia si concentra sul sintonizzarmi con l’esperienza emotiva del cliente e rispondere con emozione reciproca. Il mio coinvolgimento terapeutico è nella mia coerenza, responsabilità e affidabilità. E’ nell’esplorazione e nella soluzione delle rotture nel nostro rapporto che posso meglio scoprire le convinzioni alla base del copione di vita che determinano le esperienze interpersonali significative nella vita del mio cliente.

Mettere a paragone, enfatizzare l’espressione forte delle emozioni, dare un valore eccessivo all’aggressione, mettere l’accento solo sul ‘qui e ora’, sono tutti comportamenti che aumentano la probabilità che un cliente possa sentirsi umiliato nella psicoterapia. Fritz Perls ha descritto la sua terapia comparativa come l’insegnare ai clienti “a pulirsi il loro stesso culo” (Perls, 1967). In seguito, la terapia della Gestalt è stata tipica nel definire i comportamenti dei clienti come ‘falsi’, ‘irresponsabili’ o ‘infantili’.

Etichettare o mettere a paragone qualcuno, anche se a ragione, può svalutarlo e umiliarlo. Indagare sinceramente l’esperienza, le motivazioni, l’auto-definizione dell’altro, e il significato del suo comportamento, allontana il rischio di umiliarlo. Rispondere con empatia e sintonia autorizza l’altro a esprimere pienamente i suoi sentimenti, pensieri, sensazioni e tendenze. Indagine, sintonia, e coinvolgimento – i metodi di una terapia della Gestalt di contatto, basata sulla relazione – invitano il cliente all’auto-scoperta dei significati sottostanti e delle sue motivazioni inconsce, e potenziano un contatto interpersonale che valorizza l’integrità e il senso di sé del cliente (Erskine, 1995).

Le prospettive della Psicologia della Gestalt

Nella letteratura sulla terapia della Gestalt il fenomeno della vergogna ha ricevuto scarsa attenzione, sia come argomento teorico che come area di interesse terapeutico. Tra gli autori che ne parlano Yontef descrive un punto di vista della terapia Gestalt sulla vergogna e l’uso dell’approccio dialogico in psicoterapia (1993). Evans parla della terapia Gestalt sulla vergogna come un riparare le interruzioni di relazione (1994). La descrizione di Wheeler (1991) di un caso clinico individua il significato della vergogna. In una raccolta di articoli sulla terapia della Gestalt, The Voice of Shame (La voce della Vergogna, 1996), Lee e Wheeler forniscono un ampio spettro di idee sulla psicoterapia della vergogna. Lynne Jacobs (1996) descrive come emerge il ruolo della vergogna e del senso di superiorità in quanto difesa contro la vergogna, sia nel paziente che nel terapeuta nel dialogo terapeutico. Il tema del senso di superiorità non ha ricevuto alcuna attenzione, né teoricamente né metodologicamente.

La pratica clinica e lo sviluppo teorico si spingono e si tirano a vicenda nel loro processo co-evolutivo. Interventi clinici che fanno uso del rispetto (Yontef, 1993), del dialogo terapeutico di una relazione Io-Tu (Buber, 1970; Jacobs, 1996), della domanda, della sintonia, e del coinvolgimento (Erskine, 1993; Erskine & Trautmann, 1993) hanno rivelato che la vergogna e le fantasie di auto-protezione sono dominanti nella vita di molti clienti. Questi fenomeni non sono mai stati adeguatamente collocati all’interno di una teoria della terapia della Gestalt. La mia esperienza clinica ha contribuito a sviluppare una comprensione teorica che pone la vergogna e il senso di superiorità come il risultato sia di una vergogna introiettata che di Gestalt irrisolte cristallizzate e arcaiche aventi lo scopo di proteggere dal rimprovero, dall’umiliazione e dalla perdita di contatto-in-relazione. Sia l’ arcaica vergogna irrisolta che la vergogna introiettata potenziano il dolore di ogni critica attuale aggiungendo una tossicità all’umiliazione presente che fa confluire ad essa una vergogna debilitante o un difensivo senso di superiorità.

La Vergogna: Una Chiarificazione Teorica

Formulare una teoria di terapia della Gestalt per la vergogna e il senso di superiorità richiede che il fenomeno venga integrato nella teoria del contatto e della formazione e fissazione delle Gestalt. Per arrivare a comprendere come si manifestino i fenomeni della vergogna e del senso di superiorità occorre utilizzare il concetto di funzioni es, io e personalità del sé, nonché i concetti d’interruzioni del contatto, specificamente introiezione, retroflessione e confluenza, sebbene sia riconosciuto che molte altre interruzioni del contatto, sia interno che esterno, sono attivate nella vergogna e nel senso di superiorità (Perls, Hefferline e Goodman, 1951).

Nel cercare di costruire una teoria di terapia della Gestalt che descriva i fenomeni della vergogna e del senso di superiorità, i termini umiliazione e transazione umiliante si riferiscono a interazioni fra persone in cui uno svaluta, critica, etichetta, o ignora l’altro. I termini vergogna e senso di superiorità si riferiscono a dinamiche intrapsichiche interne a un individuo che possono essere descritte come consistenti in: introiezioni, confluenza, e/o arcaici sistemi di difesa (retroflessione, deflessione, proiezione, ecc) fissati. Quando il senso di vergogna è cristallizzato, esso rappresenta un conflitto intrapsichico fra l’influenzante introiezione di un’altra persona e una fissazione arcaica difensiva e confluente: un bambino che anelava a un rapporto. La fissazione si riferisce ad un modello relativamente stabile di organizzazione di emozioni, comportamenti, o cognizioni che, da qualche fase di sviluppo precedente, persiste dentro e può dominare tutta la vita. Sono le difese fissate a mantenere la mancanza di un pieno contatto e a interferire con le esperienze arcaiche d’integrazione di un senso del sé qui e ora pienamente consapevole (Erskine e Moursund, 1988).

La vergogna è un processo auto-protettivo utilizzato per evitare le emozioni risultanti dall’umiliazione e la vulnerabilità alla perdita di contatto nella relazione con un altro. Quando i bambini, e persino gli adulti, vengono criticati, svalutati, o umiliati da altri significativi, il bisogno di contatto interpersonale e la vulnerabilità nel mantenere la relazione possono produrre un’emozione difensiva auto-protettiva e una confluenza con le etichette svalutanti imposte – un senso di vergogna. La vergogna è un processo complesso coinvolgente:

  1. un ridotto concetto di sé, un abbassamento dell’autostima in confluenza con l’umiliazione esterna e/o la critica precedentemente introiettata;
  2. una trasposizione difensiva della tristezza e della paura;
  3. una negazione e retroflessione della rabbia.

La vergogna comporta una negazione e una retroflessione della rabbia allo scopo di mantenere una parvenza di relazione con la persona che attuò le transazioni umilianti. Quando la rabbia è negata e retroflessa un aspetto importante del sé è perduto: il bisogno di essere presi sul serio, con rispetto, e di essere rilevante per l’altra persona. L’autostima è ridotta perché ambedue le funzioni ​​es ed io del sé sono perturbate.

La vergogna coinvolge anche una trasposizione delle emozioni tristezza e paura: la tristezza di non essere accettati quali si è, con le proprie pulsioni, desideri, bisogni, sentimenti e comportamenti, e la paura di essere abbandonati nel rapporto a causa di chi si è. La paura e la perdita di un aspetto del sé (negazione e retroflessione della rabbia) alimentano la spinta a conformarsi – un abbassamento dell’autostima per aderire alla critica e/o umiliazione.

La confluenza con l’umiliazione, la trasposizione della paura e della tristezza, e la negazione della rabbia producono la ‘sensazione di vergogna e dubbio descritta da Erikson (1950). Scrivendo in un’ottica femminista sulla terapia di relazione sia Miller (1987) che Giordania (1989) convalidano questa spiegazione mettendo in relazione la vergogna alla perdita di rapporto umano.

La vergogna è soprattutto una sensazione di non essere degno di stare connesso, una sensazione profonda di non meritare amore, con la perdurante consapevolezza di quanto si desidera connettersi con gli altri. Mentre la vergogna comporta estrema timidezza, essa denuncia anche potenti aneliti al rapporto. (Jordan, 1989, p. 6)

Kaufman similmente esplicita che la vergogna riflette un’esigenza di relazione. ‘Nel bel mezzo della vergogna, c’è un ambivalente anelito al ricongiungimento con chi ci ha fatto vergognare’ (1989, p. 19). La vergogna è l’espressione di un’inconscia speranza che l’altro si prenderà la responsabilità di riparare la rottura nella relazione.

Tomkins (1963) ha affermato che la vergogna è l’emozione presente quando c’è stata una perdita di dignità, una sconfitta, una trasgressione e un’alienazione. Egli ha suggerito che la vergogna è un’emozione diversa per natura e funzione dalle altre otto emozioni del suo schema teorico. L’emozione vergogna, secondo Tomkins, (Nathanson, 1992), serve da alternativa o impedimento ad altre emozioni – una copertura difensiva per l’interesse e la gioia. Le idee di Tomkins affiancano le osservazioni della Fraiberg (1983) sulla formazione delle difese psicologiche nel bambino. Ella descrisse il processo della ‘trasformazione dell’emozione’ (p. 71) dove un’emozione viene sostituita o trasposta con un’altra quando l’emozione originaria non riesce a ottenere il necessario contatto fra il bambino e l’adulto accudente, a volte già a nove mesi d’età. Quando il bambino è umiliato, la paura della perdita di rapporto e la tristezza di non essere accettato vengono trasposte nell’emozione vergogna. La vergogna è composta da tristezza e paura, negazione e retroflessione della rabbia, e un ridotto concetto di sé (in confluenza con l’umiliazione).

Questa confluenza con l’umiliazione assicura una parvenza di continuazione del rapporto e, paradossalmente, è anche una difesa. Questa riduzione auto-protettiva del proprio valore è osservabile negli animali selvatici laddove un animale si accuccia in presenza di un altro per evitare un attacco e per ottenere l’accettazione. E’ auto-protettivo abbassare il proprio status per evitare l’aggressione laddove potrebbe scoppiare una lotta per il dominio. Il ridotto concetto di sé o l’auto-critica che fanno parte della vergogna diminuiscono il dolore della rottura della relazione mentre allo stesso tempo mantengono una parvenza di rapporto. Il detto spesso citato degli allenatori di boxe, ‘colpisci per primo’, dà un’idea di come la bassa autostima e l’auto-critica possano funzionare da difesa contro possibili umiliazioni da parte degli altri. Tuttavia, il colpo viene recapitato a se stessi sotto forma di ridotta autostima.

Una Fantasia Difensiva

Come normale processo di sviluppo, i bambini piccoli usano spesso la fantasia come un modo per ottenere attenzioni, sicurezza, nutrimento, o qualsiasi cosa sia vissuta come mancante o inadeguata. La funzione della fantasia può essere quella di modificare il comportamento per proteggersi dalle conseguenze, o di avere amore e nutrimento quando gli accudenti reali sono freddi, assenti o abusanti. La fantasia funge da cuscinetto tra le figure reali dei genitori e i desideri, i bisogni e i sentimenti del bambino. Nelle famiglie o situazioni in cui per sopravvivere o essere accettati occorre reprimere la consapevolezza dei bisogni, dei sentimenti e dei ricordi, la fantasia auto-creata può fissarsi e non integrarsi con il successivo apprendimento. Nel corso del tempo la fantasia funziona da ‘inversione’ dell’aggressione (Fraiberg, 1983, p 73.): la critica, la svalutazione e l’umiliazione che il bambino può aver subito vengono amplificate e rivolte contro il sé come nell’autocritica e nell’auto-svalutazione (retroflessione). Tali fantasie basate sulla vergogna servono a mantenere una parvenza di attaccamento a una relazione accudente quando la vera relazione può essere stata spezzata dall’umiliazione (perturbazione della funzione io del sé).

Molti clienti riferiscono una persistente sensazione di vergogna accompagnata da una svalutante autocritica. Immaginano continuamente umilianti fallimenti nelle prestazioni o nelle relazioni. Amplificano nella fantasia la confluenza con la critica e l’umiliazione introiettate, mentre si difendono contro i ricordi della tristezza originale di non essere accettati come si è e la paura di essere abbandonati a causa di chi si è. Quando, come difesa, i ricordi carichi di emozioni delle precoci umiliazioni traumatiche vengono repressi, possono riemergere alla coscienza come fantasie di futuri fallimenti o umiliazioni – la previsione può essere in realtà ricordo! L’autocritica e la fantasia di fallimento umiliante hanno due funzioni aggiuntive: mantenere la negazione della rabbia (perturbazione della funzione es del sé) e proteggere dallo shock di eventuali critiche e svalutazioni future (interruzione del contatto allo stadio di pre-contatto).

Senso di Superiorità: Una Doppia Difesa

Il senso di superiorità ha una funzione persino più elaborata rispetto agli aspetti difensivi della vergogna. Il senso di superiorità è una fantasia auto-generata (a volte manifestata in transazioni esplicite) di difesa contro il dolore della perdita di rapporto, che fornisce al contempo uno pseudo-trionfo contro l’umiliazione e un aumento dell’autostima. Mentre la vergogna e le fantasie auto-critiche lasciano che la persona si senta svalutata e anelante a una riparazione della relazione, le fantasie di superiorità sono un disperato tentativo di sfuggire all’umiliazione e di liberarsi dalla vergogna giustificando se stessi.

Il senso di superiorità è:

  1. una difesa contro la tristezza e la paura dell’umiliazione;
  2. un’espressione della necessità di essere importante e di essere preso sul serio e con rispetto (un parziale rilascio della rabbia sconfessata e retroflessa);
  3. una difesa contro la consapevolezza del bisogno che l’altro ripari il rapporto spezzato.

La persona fantastica di essere di valore, spesso trovando difetti negli altri, e perde consapevolezza del suo bisogno degli altri. Il sé è vissuto come superiore.

Come Alfred Adler ha descritto, la fantasia di superiorità difende dal ricordo delle umiliazioni (Ansbacher e Ansbacher, 1956) e proietta il senso di vergogna all’esterno. Un caso clinico esemplificativo può illustrare questo concetto.

Robert, 39 anni, sposato e padre di due figli, era stato in terapia di gruppo per due anni e mezzo. Robert descrisse che, nel guidare verso il lavoro, fantasticava spesso di discutere con i suoi collaboratori o il caporeparto. In queste fantasie spesso elaborava un’immaginaria, lunga, ben articolata orazione davanti al consiglio d’amministrazione. In queste argomentazioni fantastiche egli faceva notare gli errori degli altri, quanto fossero sbagliate le loro critiche verso di lui, e soprattutto quanto essi avessero commesso errori che lui, Robert, non avrebbe mai commesso. Nella fantasia di Robert il consiglio d’amministrazione era emotivamente influenzato dalle eloquenti e convincenti argomentazioni di Robert. Lui veniva sollevato da ogni critica, e gli altri venivano biasimati sia per aver criticato lui che per le loro stesse mancanze. Queste fantasie ossessive erano spesso avviate da qualche critica sul lavoro non accompagnata da un’opportunità per Robert di spiegare le sue motivazioni. La mancanza di un continuo dialogo con la gente sembrava spingerlo alla fantasia ossessiva in cui egli poteva dibattere con l’altro di fronte a un pubblico che alla fine conveniva che Robert era nel giusto e persino rigoroso.

Queste fantasie ossessive gradualmente diminuirono e, alla fine, cessarono quando esplorammo le umiliazioni che lui aveva ripetutamente provato alla scuola elementare in un periodo in cui aveva un difetto di pronuncia. Sia gli insegnanti che gli altri bambini lo avevano preso in giro per il suo difetto. Sebbene nella psicoterapia egli non riuscisse a ricordare alcuna circostanza specifica di provocazione o scherno, sapeva che lo avevano deriso. Aveva la sensazione costante che la loro reazione verso di lui implicasse ‘qualcosa in te non va’.

Nel corso degli anni Robert lavorò faticosamente a migliorare la sua pronuncia, superò l’impedimento, e alla fine sviluppò una dizione impeccabile. Tuttavia per quattro anni di scuola elementare era stato oggetto di umiliazioni da parte degli altri bambini e degli insegnanti. In confluenza con il comportamento umiliante degli insegnanti e dei compagni di classe aveva adottato la convinzione-copione di vita ‘qualcosa non va in me’ come spiegazione per la perdita di amicizie con gli altri bambini e il suo anelito ad essere approvato dagli insegnanti. Si difese ulteriormente dalla consapevolezza della convinzione-copione di vita perfezionando la sua pronuncia. Non importa quanto perfetta fosse diventata la sua pronuncia nella vita adulta, ogni volta che qualcuno lo criticava egli ascoltava attentamente le sue osservazioni. Le nuove critiche attivavano i ricordi emozionali di precedenti umiliazioni in cui le critiche introiettate influenzavano intrapsichicamente la vergogna arcaica fissata, potenziando le critiche attuali. Per confortare se stesso il giorno dopo, andando al lavoro, si difendeva ossessivamente dalle osservazioni dei colleghi o del supervisore anelando che qualcuno (il consiglio d’amministrazione) dicesse che aveva ragione lui.

Nel caso di Robert, il processo difensivo della negazione e retroflessione della rabbia, la confluenza con le critiche originarie, la trasposizione dell’emozione e la fantasia si fissarono come ogni processo difensivo a cui non si risponda presto con una relazione empatica e affettivamente sintonica (Erskine, 1993). Fu attraverso il rispetto per lo stile di Robert nel rapportarsi con gli altri, e un’indagine gentile e sincera sulle sue esperienze, che Robert cominciò a rivelare la presenza delle sue fantasie ossessive. Le fantasie di superiorità lo difendevano dal desiderio naturale di contatto-nella-relazione e dal suo bisogno che gli altri ponessero rimedio alla rottura del rapporto. Attraverso la sintonia emotiva e le transazioni empatiche egli fu in grado di provare l’originaria vergogna – la tristezza, la paura, la rabbia, e la confluenza in risposta alle umiliazioni. Nell’esprimere la tristezza e la paura alla perdita di contatto nelle sue relazioni con gli insegnanti e gli altri bambini riscoprì il suo anelito ad essere in connessione con gli altri (funzione es del sé). Le fantasie difensive cessarono. Il tenero coinvolgimento da parte del terapeuta e di altri membri del gruppo rese possibile per Robert sperimentare il suo bisogno di stretto contatto emotivo come naturale e desiderabile.

Il Copione di Vita

I concetti fondamentali della terapia della Gestalt di contatto, interruzione di contatto sia esterno che interno, e di dialogo terapeutico ‘io-tu’, forniscono la base per una psicoterapia orientata al contatto-nella-relazione. Nella psicoterapia della vergogna e del senso di superiorità, come in molti altri disturbi psicologici provenienti da difficoltà di relazione, la terapia è enfatizzata se lo psicoterapeuta ha una coerente e consistente base teorica orientata alla relazione per determinare la pianificazione del trattamento e i successivi interventi clinici.

Nelle discussioni teoriche e nei suoi scritti, Frederick Perls utilizzò il concetto di copione di vita (1967, 1973). S’interessò a come si struttura e riorganizza il copione di vita e a come gli individui utilizzano gli altri per rafforzarlo. Il copione di vita è un concetto onnicomprensivo che descrive come Gestalten fissate in età precedenti vengono vissute anni più tardi (Erskine, 1979). Il copione di vita è fatto di introiezioni e reazioni difensive prodotte sotto la pressione del fallire relazioni di pieno contatto e supportanti. Il bisogno di contatto e la collegata sensazione di perdita del rapporto vengono negati e soppressi. Le introiezioni e/o le reazioni difensive ormai cristallizzate, le idee e le decisioni che costituiscono il nucleo del copione di vita (Erskine, 1980), sono cognitivamente organizzate come ‘credenze del copione’ (Erskine e Zalcman, 1979; Erskine e Moursund, 1988). Il bambino, nel tentativo di dare senso all’esperienza di un mancato contatto-nella-relazione si trova a rispondere alla domanda: ‘Che cosa ci fa una persona come me, in un mondo come questo, con gente come te?’ Quando il bambino è sotto pressione per la mancanza di contatto-nella-relazione, contatto che riconosce, convalida o soddisfa i suoi bisogni, a ognuna delle tre parti di questa domanda egli può rispondere con una reazione di difesa e/o con l’inconscia identificazione difensiva con l’altro che costituisce l’introiezione. Quando alle introiezioni, alle idee difensive e alle decisioni non viene data risposta tramite una persona empatica e in pieno contatto, esse diventano spesso, nel tentativo di ottenere un auto-sostegno, credenze cristallizzate su se stessi, sugli altri e sulla qualità della vita – il cuore del copione di vita. Queste credenze del copione funzionano come una difesa cognitiva contro la consapevolezza dei sentimenti e dei bisogni di contatto-nella-relazione a cui non fu adeguatamente risposto nel momento in cui le credenze del copione si formarono. La presenza di credenze del copione indica una difesa continua dalla consapevolezza della necessità di contatto-nella-relazione e dal pieno ricordo delle rotture di rapporto – una gestalt arcaica e fissa.

Nel caso di Robert, durante gli anni della scuola elementare lui adottò la convinzione-copione ‘qualcosa non va in me’ come confluenza con l’umiliazione da parte degli altri bambini e degli insegnanti e come pseudo-soddisfazione del suo bisogno di essere accettato da loro. Il nucleo del sentimento di vergogna di Robert è costituito dalla trasposizione difensiva della tristezza e paura di un bambino, dalla negazione e retroflessione della rabbia di non essere trattato con rispetto, e da un cristallizzato ridotto concetto di sé in confluenza con la critica introiettata. Quando diventa troppo grande il dolore di non essere accettato per come si è, come nella situazione di Robert, una fantasia difensiva di superiorità può essere usata per negare il bisogno di rapporto e al contempo esprimere la rabbia precedentemente negata e retroflessa, il bisogno di essere visto, e il desiderio di essere trattato con rispetto.

Dal punto di vista della teoria del copione di vita il sentimento di vergogna è costituito dalla convinzione-copione fondamentale ‘qualcosa non va in me’ che serve da difesa cognitiva contro la consapevolezza del bisogno di relazione e le sensazioni di tristezza e paura presenti al tempo delle esperienze umilianti.

Quando è in azione la convinzione-copione ‘qualcosa non va in me’ i comportamenti manifesti del copione di vita sono spesso quelli descritti come inibiti o inadeguati: timidezza, mancanza di contatto con gli occhi nella conversazione, mancanza di auto-espressione, ridotta espressione dei naturali desideri e bisogni, e inibizione di ogni naturale espressione del proprio sé che possa essere soggetto a critiche.

Le fantasie possono includere l’anticipazione di inadeguatezze, di fallimenti prestazionali, e di critiche, che si concludono con un rinforzo della convinzione-copione ‘qualcosa non va in me!’. Altre fantasie possono riguardare il rimaneggiamento di eventi che si sono verificati e possono rimodellare il ricordo nel senso di rinforzare le convinzioni-copione. In alcuni casi la convinzione-copione si manifesta con sintomi fisici come mal di testa, tensione allo stomaco, e altri disturbi fisici che inibiscono l’individuo dal comportarsi in modi che potrebbero essere oggetto di commenti umilianti da parte di altri, mentre allo stesso tempo forniscono la prova interna che ‘qualcosa non va in me ‘. Spesso vecchi ricordi di esperienze umilianti sono ripetutamente richiamati per mantenere un’omeostasi (Perls, 1973) con le credenze-copione e la negazione dei bisogni e dei sentimenti originari. Tuttavia, nell’inibire il sé e nelle fantasie auto-critiche, il bisogno di contatto-nella-relazione rimane come speranza inconscia di restaurazione di un rapporto ricco di contatto e di piena accettazione da parte dell’altro. E’ come se si dicesse a coloro che hanno operato la ridicolizzazione: ‘se divento quello che tu dici che io sono, allora mi amerai?’

Robert, come esempio delle dinamiche di doppia difesa del senso di superiorità, entrò in terapia senza la consapevolezza di alcuna speranza o bisogno di relazione. Il suo copione di vita era evidente, apparentemente opposto alla convinzione-copione: aveva perfezionato la sua pronuncia e il suo comportamento in modo tale che non vi era alcuna evidenza esterna di ‘qualcosa non va in me’. Le sue fantasie erano di superiorità, focalizzate su ciò che non andava negli altri. Tuttavia lui restava ipersensibile alle critiche, con un anelito inconscio che qualcuno di autorevole gli dicesse che era lui nel giusto.

“C’è Qualcosa Di Sbagliato In Me”

Il rinforzo composito e continuo della convinzione-copione ‘c’è qualcosa di sbagliato in me’ presenta al terapeuta sfide complesse, specifiche e uniche della psicoterapia della vergogna e del senso di superiorità. In molti casi clinici questa particolare convinzione-copione non risente delle metodiche di terapia della Gestalt abitualmente utilizzate, come il lavoro della sedia vuota, il confronto, gli incontri aggressivi, e l’enfasi sull’auto-sostegno e l’auto-responsabilità. Queste metodiche cambiano soltanto parzialmente e transitoriamente la frequenza e l’intensità della complessa convinzione-copione che sta al cuore della vergogna e del senso di superiorità. Di fatto l’uso stesso di queste metodiche spesso comunica ‘qualcosa non va in te’: il che può poi fungere da rinforzo della convinzione-copione, aumentare la negazione del bisogno di contatto-nella-relazione, ed aumentare così il senso di vergogna o di superiorità. Il rischio di rinforzare la convinzione-copione nel processo terapeutico è notevolmente ridotto dall’adozione di metodiche che pongono l’accento sul rispetto (Moursund e Erskine, 1988), sul dialogo terapeutico (Yontef, 1993 e Jacobs, 1996), su una delicata indagine, e sulla sintonia emotiva e il coinvolgimento (Erskine, 1993; Erskine e Trautmann, 1993; Erskine, 1995).

Al fine di agevolare la pianificazione del trattamento e perfezionare gli interventi psicoterapici è essenziale distinguere le funzioni intrapsichiche e le origini storiche della convinzione-copione. La complessa origine storica dell’arcaica gestalt fissata ‘qualcosa non va in me’ può essere compresa da tre prospettive:

Ciascuno dei modi in cui la convinzione-copione si è formata possiede funzioni intrapsichiche uniche che esigono specifica attenzione nella psicoterapia.

Di fronte al pericolo di una perdita di relazione il bambino può essere costretto a prendere la decisione difensiva e confluente di accettare come propria identità quella definita da coloro dai quali egli dipende (perturbazione della funzione io del sé). Questo può rappresentare un adattamento e una confluenza rispetto a messaggi, espliciti o impliciti, del tipo: ‘qualcosa non va in te’. In molti casi il messaggio arriva sotto forma di domanda criticante: ‘che c’è che non va in te?’ Il messaggio psicologico è: ‘non faresti quel che fai se fossi normale’. Una critica del genere non valorizza il comportamento naturale e spontaneo del bambino, non comprende la motivazione del bambino, e non indaga su ciò che può mancare nel rapporto fra il bambino e la persona criticante. Un bambino che, in confluenza con la critica, forma una tale convinzione-copione può diventare ipersensibile alle critiche, fantasticare future critiche, e collezionare ricordi rinforzanti le critiche precedenti (disturbo della funzione personalità del sé). La funzione intrapsichica è quella di mantenere un senso di attaccamento alla relazione al prezzo di una perdita della naturale vitalità e dell’eccitamento della spontaneità (disturbo della funzione es del sé).

Quando i bambini si trovano a fronteggiare un compito impossibile spesso concludono: ‘qualcosa non va in me’. Con tale conclusione possono difendersi dal disagio del bisogno di contatto mancante e mantenere una pseudo-parvenza di relazione. Famiglie disfunzionali presentano spesso ai bambini richieste impossibili. Per esempio è impossibile per un ragazzino impedire a un genitore alcolista di ubriacarsi, o per un bambino piccolo funzionare da terapeuta matrimoniale, o per un bambino delle elementari curare la depressione. E’ impossibile per un bambino cambiare sesso per soddisfare il sogno di un genitore. Ciascuno di questi esempi mostra un capovolgimento della responsabilità dell’accudente verso il benessere del bambino e una perdita di contatto nel rapporto. Ulteriori interruzioni nel rapporto vengono vissute come ‘colpa mia’, e deflettono i bisogni e i sentimenti presenti quando il benessere del bambino non è e non è stato onorato (disturbo di ambedue le funzioni es ed io del sé).

La convinzione-copione ‘qualcosa non va in me’ può formarsi anche per una terza via, come reazione difensiva di controllo e speranza, la speranza di una relazione interpersonale continua e ricca di contatto. Quando le relazioni familiari sono disfunzionali un bambino, necessitando di contatto-nella-relazione, può immaginare che i problemi dell’accudente siano colpa sua. ‘Ho fatto io ubriacare papà,’ o ‘ho reso io mamma depressa’, o ‘ho fatto io sì che l’abuso sessuale accadesse … perciò dev’esserci qualcosa di sbagliato in me!’ Assumendosi la colpa il bambino non è solo la fonte dei problemi, ma può anche immaginare di avere la capacità di risolvere i problemi della famiglia: ‘sarò molto buono’, ‘mi sbrigherò a crescere, ‘posso andare in terapia per essere aggiustato ‘, o ‘se le cose si mettono davvero male posso sempre uccidermi, dato che è tutta colpa mia ‘. La funzione di queste reazioni è creare una speranza illusoria di accudenti che soddisfino i bisogni, la quale difende i bambino dalla consapevolezza dell’insoddisfazione dei bisogni all’interno delle relazioni primarie. Gli accudenti vengono vissuti come buoni e amorevoli, e ogni noncuranza, critica, percossa, e persino violenza, è perché ‘qualcosa non va in me’. Qui la convinzione-copione fondamentale può funzionare da controllo difensivo della vulnerabilità nella relazione (disturbo delle funzioni es, io e personalità del sé).

Ognuna di queste tre possibili origini della convinzione copione fondamentale ha specifiche funzioni omeostatiche di identità, stabilità e continuità. In una data persona la convinzione copione può formarsi anche attraverso un solo modo. Tuttavia le convinzioni copione fondamentali hanno spesso più di un’origine, molteplici funzioni intrapsichiche, e molteplici disturbi delle funzioni del sé. Ogni combinazione di queste tre reazioni di difesa attuate sotto pressione aumenta la complessità delle funzioni. La convinzione copione fondamentale ‘qualcosa non va in me’ è spesso composta da queste funzioni multiple.

In una terapia Gestalt profonda è essenziale identificare le origini e le funzioni intrapsichiche della convinzione copione, e valutare l’importanza di come quelle varie funzioni aiutino il cliente a mantenere l’omeostasi psicologica (Perls, 1973). La psicoterapia della vergogna e del senso di superiorità è complessa a causa delle molteplici funzioni intrapsichiche composite e continuamente auto-rinforzanti. Il semplice identificare e affrontare una convinzione copione e tentare le metodiche di lavoro della sedia vuota, dell’espressione emotiva, o di un prematuro auto-sostegno, trascurano le funzioni psicologiche che formano e mantengono la convinzione copione. Sforzi del genere possono aumentare l’intensità della funzione intrapsichica e rendere persino meno flessibile il nucleo fissato del copione di vita. Un’indagine rispettosa e paziente dell’esperienza fenomenologica del cliente è necessaria per apprendere la combinazione unica di funzioni intrapsichiche, omeostatiche, e del sé. Il compito del terapeuta Gestalt orientato al rapporto è quello di stabilire una sintonia affettiva e maturativa e un coinvolgimento tali da consentire il trasferimento delle funzioni difensive intrapsichiche nella relazione con il terapeuta. Attraverso la coerenza, l’affidabilità e la responsabilità nel contatto-nella-relazione del terapeuta il cliente può rilassare i processi difensivi che interrompono il contatto e integrare le gestalt, le introiezioni, e le funzioni es, io, e personalità del sé arcaicamente fissate. Le funzioni psicologiche di identità, stabilità e continuità vengono nuovamente fornite attraverso il contatto in una relazione interpersonale, e non sono più una funzione auto-protettiva.

La Vergogna come Introiezione

Quando la convinzione-copione fondamentale fissata si è formata (come decisione conforme, come esito in risposta ad un’impossibilità, come reazione difensiva di speranza e controllo, o come qualsiasi combinazione delle tre) molto probabilmente c’è l’assenza di una relazione di cura, comprensione e comunicazione. Quando vi è una mancanza di pieno contatto psicologico tra il bambino e gli adulti responsabili del suo benessere, la difesa d’introiezione è usata frequentemente. Attraverso l’inconscia identificazione difensiva che costituisce l’introiezione, le credenze, gli atteggiamenti, i sentimenti, le motivazioni, i comportamenti e le difese della persona da cui il bambino dipende diventano parte dell’io del bambino come stato frammentato e esteropsichico (Erskine e Moursund, 1988). La funzione dell’introiezione è ridurre il conflitto esterno tra il bambino e la persona da cui il bambino dipende per il soddisfacimento dei suoi bisogni. L’altro significativo è reso parte di sé, e il conflitto derivante dalla mancanza di soddisfacimento dei bisogni viene interiorizzato, così che il conflitto possa apparentemente essere gestito più facilmente (L. Perls, 1977, 1978). L’altro introiettato può essere attivo nelle transazioni con gli altri (perturbazione della funzione personalità del sé), influenzante intrapsichicamente (perturbazione della funzione es del sé), o fenomenologicamente vissuto come sé (perturbazione della funzione io del sé).

Un individuo può interagire con i membri della famiglia o i colleghi come un tempo fece l’altro introiettato, comunicando ad esempio ‘qualcosa non va in te!’ La funzione di questa operazione è dare un temporaneo sollievo dalla critica interna da parte dell’introiezione e, attraverso la proiezione della critica, continuare a negare il bisogno originario di contatto-nella-relazione.

La critica interna è una riproduzione della critica introiettata nel passato. Essa perpetua il ciclo di confluenza con la critica e l’arcaica, fissata difesa contro la tristezza e la paura. Questo ciclo difensivo della vergogna funziona per mantenere una parvenza di attaccamento e fedeltà alla persona verso la quale il bambino originariamente anelava a un rapporto interpersonale pieno di contatto.

La vergogna introiettata può non solo essere attiva e/o influenzare, ma può anche essere vissuta come sé. Può essere stata introiettata la sensazione di vergogna dei genitori. Con l’investimento o l’energizzazione dell’introiezione la vergogna è falsamente identificata come propria. La convinzione-copione ‘qualcosa non va in me’ può di fatto esistere come altro introiettato. Il ciclo della vergogna (confluenza con la critica, trasposizione della tristezza e della paura, negazione e la retroflessione della rabbia, anelito alla relazione) può essere della madre o del padre. Anche il senso di superiorità difensivo può essere il risultato dell’investimento di un’introiezione.

Per anni Susan soffrì di una vergogna debilitante legata alla propria sensazione d’inadeguatezza, avendo una madre che era alternativamente depressa o arrabbiata, e temendo che un giorno anche lei sarebbe diventata ‘pazza’. La fase iniziale della terapia riconobbe il suo bisogno d’attenzione, diede valore alla negazione emotiva della sua infanzia, e normalizzò il processo difensivo del ‘qualcosa non va in me’. La psicoterapia si soffermò poi sulla vergogna introiettata che in origine era della madre (Erskine & Moursund, 1988). Con una terapia della Gestalt orientata al contatto, in profondità, che enfatizzò l’indagine, la sintonia, e il coinvolgimento, Susan si confrontò con una sedia vuota in cui in una sedia lei era ‘madre’ e nell’altra sedia la ‘Susan molto più giovane’. Fu in grado di ricordare vividamente di voler sostenere il peso per sua madre così che sua madre potesse essere libera dalla sofferenza. Durante il dialogo a due sedie descrisse sinteticamente il processo di introiettare inconsciamente: ‘ti amo così tanto, mamma, porterò la tua vergogna per te!’

Interventi Psicoterapici

La psicoterapia della vergogna e del senso di superiorità inizia con il terapeuta che scopre nuovamente le psicodinamiche particolari di ciascun cliente. Ogni cliente fondato sulla vergogna presenterà una differente aggregazione di comportamenti, fantasie, funzioni intrapsichiche, interruzioni del contatto, rotture del sé, e difese di auto-protezione. Le prospettive teoriche descritte in questo articolo sono generalizzazioni dalla pratica clinica e integrazione di diversi concetti teorici. La teoria non vuole rappresentare una dichiarazione di ciò che è, ma piuttosto servire da guida nel processo terapeutico di indagine, sintonia e coinvolgimento. È importante sottolineare che il fenomeno della vergogna e del senso di superiorità spiegato nell’ambito delle prospettive della teoria della psicoterapia della Gestalt può incoraggiare i terapeuti della Gestalt ad esplorare con ogni cliente la sua particolare esperienza della vergogna e adottare un approccio orientato al rapporto psicoterapeutico.

Un’indagine paziente e rispettosa dell’esperienza fenomenologica del cliente fornirà al cliente e al terapeuta una comprensione via via maggiore di chi il cliente è e delle esperienze a cui è stato sottoposto. Il processo d’indagine deve essere sensibile all’esperienza soggettiva e alle dinamiche intrapsichiche inconsce del cliente per essere efficace nello scoprire e rivelarne i bisogni, i sentimenti, le fantasie e le difese. Uno degli obiettivi principali di una delicata indagine è l’auto-scoperta del cliente del suo anelito al rapporto, le interruzioni del contatto (sia interne che esterne), e i ricordi che nel passato sono stati esclusi dalla consapevolezza. Un obiettivo meno importante è accrescere la comprensione dello psicoterapeuta sull’esperienza fenomenologica e il funzionamento intrapsichico del cliente. In molti casi è stato importante per i clienti scoprire che il terapeuta è davvero interessato ad ascoltarli e a sapere chi sono. Tali scoperte sulla relazione con lo psicoterapeuta rappresentano una contrapposizione tra il contatto disponibile qui ed ora e il ricordo di ciò che può essere stato assente in passato.

La contrapposizione dell’indagine, ascolto e sintonia del terapeuta con il ricordo di una mancanza di contatto interpersonale in precedenti relazioni significative produce intensi ricordi emotivi di bisogni relazionali non soddisfatti. Piuttosto che provare questi sentimenti, il cliente può reagire difensivamente al contatto interpersonale offerto dal terapeuta con paura, rabbia, o maggiore vergogna. Il contrasto tra il contatto interpersonale disponibile con il terapeuta e la mancanza di contatto nella relazione del passato è spesso più di quel che i clienti possano sopportare, sicché essi si difendono dal contatto attuale per evitare i ricordi emotivi (Erskine, 1993). La contrapposizione offre l’opportunità di riconoscere ciò di cui si aveva bisogno e di convalidare che i sentimenti e l’autostima possono ben essere legati alla qualità del rapporto con gli altri importanti.

La vergogna può essere una dinamica significativa nella maggior parte delle difficoltà di relazione, inclusi depressione, ansia, obesità, dipendenze e disturbi del carattere. La sintonia del terapeuta sull’inespressa sensazione di vergogna dà ai clienti la possibilità di svelare i processi interni dei loro sentimenti, fantasie, desideri e difese. La sintonia include la sensazione di essere pienamente consapevoli dei bisogni, emozioni, e dinamiche auto-protettive basati sull’evoluzione – un sentire cinestesico ed emotivo di ciò che significa vivere con le esperienze. La sintonia si concretizza con il terapeuta che onora il livello di sviluppo del cliente e il suo avere a che fare con la vergogna, e nell’assenza di ogni etichettatura o classificazione delle fantasie, motivazioni e comportamenti del cliente. La sintonia include anche il comunicare esplicitamente al cliente che il terapeuta è consapevole delle lotte interiori, che lui o lei non è solo nella tristezza di non essere stato accettato per come è, e nella paura di perdere il rapporto a causa di chi è. I processi terapeutici della sintonia e del coinvolgimento riconoscono la difficoltà di rivelare la confusione interiore e le lotte, valutano il disperato tentativo di auto-sostegno e di far fronte, e contemporaneamente forniscono una sensazione di presenza del terapeuta.

Alcuni clienti basati sulla vergogna non avranno la capacità di parlare dei loro bisogni, né il linguaggio per esprimere le loro emozioni e i processi interiori. In alcune famiglie avere bisogni o esprimere emozioni può far sì che il bambino venga ignorato o ridicolizzato. Quando nel sistema familiare o scolastico c’è stata una mancanza di sintonia, riconoscimento, o convalida dei bisogni e dei sentimenti, il cliente può non avere alcun linguaggio relazionale con cui comunicare le sue emozioni e i suoi bisogni (Basch, 1985; Tustin, 1986). In tali sistemi familiari o scolastici c’è spesso un’assenza del contatto interpersonale emotivo (transazione non verbale) in cui l’espressione dell’emozione di una persona in relazione stimola una corrispondente emozione di contraccambio nell’altra.

L’emozione è transazionale-relazionale nella sua natura, richiedendo una corrispondente emozione in risonanza.

Questo concetto di emozione s’incarna in una psicologia bipersonale o prospettiva di teoria del campo che è un fondamento della psicoterapia della Gestalt (Perls, 1944), sebbene a volte non tenuto in debito conto nella pratica terapeutica. Quando l’emozione di un individuo è ricevuta da un altro come transazione relazionale, l’emozione può essere espressa pienamente. Metaforicamente, lo yin dell’emozione è soddisfatto dallo yang di un’emozione reciproca in risposta.

La sintonia include che il terapeuta senta l’emozione del cliente e in reciprocità sia stimolato ad esprimere una corrispondente emozione e un comportamento di risonanza, un processo simile a quello che Daniel Stern (1985) ha descritto nelle interazioni sane tra bambino e madre. L’emozione reciproca del terapeuta può essere espressa attraverso il riconoscimento esplicito dell’emozione del cliente e porta a convalidare che l’emozione ha una funzione nella loro relazione. E’ essenziale che il terapeuta sia a conoscenza di, e in sintonia con, il livello di sviluppo del cliente nell’esprimere le emozioni. Il cliente può aver bisogno del riconoscimento delle sue emozioni e bisogni, ma mancare del linguaggio sociale per esprimere le emozioni in una conversazione. Può essere necessario per il terapeuta aiutare il cliente a denominare i propri sentimenti, bisogni e esperienze come primo passo verso il conquistare la sensazione di avere un effetto nella relazione.

Il coinvolgimento inizia con l’impegno del terapeuta al benessere del cliente e il rispetto delle sue esperienze fenomenologiche. Evolve dall’indagine empatica del terapeuta circa le esperienze del cliente e si sviluppa attraverso la sintonia del terapeuta con le emozioni del cliente e la convalida dei suoi bisogni. Il coinvolgimento è il risultato dell’essere il terapeuta pienamente a contatto con e per il cliente in modo corrispondente al livello di sviluppo funzionale del cliente.

Vergogna e senso di superiorità sono processi difensivi in cui l’importanza dell’individuo è ridotta e l’esistenza, il significato, e/o la risolvibilità di un disturbo di rapporto sono distorti o negati. Il coinvolgimento di un terapeuta che fa uso del riconoscimento, della convalida, della normalizzazione, e della presenza riduce le interruzioni interne del contatto che fanno parte della negazione difensiva che accompagna la vergogna.

Attraverso la sensibilità alla manifestazione della vergogna e la comprensione delle funzioni intrapsichiche della vergogna e del senso di superiorità, lo psicoterapeuta può guidare il cliente a riconoscere ed esprimere i sentimenti e i bisogni di relazione. Il riconoscimento è la controparte terapeutica della svalutazione dell’esistenza di un disturbo di rapporto. Il riconoscimento, quando è esplicitato da un altro ricettivo che conosce e comunica i bisogni e i sentimenti relazionali, diventa interno e dissolve l’interruzione interna nel contattare le emozioni e i bisogni.

La convalida terapeutica avviene quando la sensazione di vergogna, la ridotta auto-importanza, e le fantasie difensive del cliente vengono avvertite come effetto di disturbi relazionali significativi. La convalida è il collegamento cognitivo fra causa ed effetto, la risposta terapeutica alla svalutazione dell’importanza di un disturbo di rapporto. La convalida fornisce al cliente un valore potenziato di esperienza fenomenologica e quindi un aumentato senso di autostima.

Normalizzare è depatologizzare e contrastare la sfiducia che il disturbo di rapporto sia risolvibile. A molti clienti da bambini è stato detto ‘qualcosa non va in te; oppure hanno concluso ‘qualcosa non va in me’ quando hanno fronteggiato l’impossibilità di essere responsabili del benessere dei loro genitori. Il peso della responsabilità per la rottura del rapporto è stato erroneamente posto sul bambino anziché sull’adulto accudente. La controparte terapeutica della svalutazione che un problema sia risolvibile è riassegnare la responsabilità della relazione. E’ imperativo che il terapeuta comunichi che l’esperienza di vergogna, auto-critica, o paura del ridicolo di un cliente è una normale reazione difensiva all’essere umiliati o ignorati, e non è patologico.

L’assegnazione di responsabilità può iniziare con il terapeuta che si assume attivamente la responsabilità di ogni falla nella relazione terapeutica. La maggior parte delle interruzioni terapeutiche si verificano quando il terapeuta non riesce a sintonizzarsi con la comunicazione emotiva o non verbale del cliente (Kohut, 1984). Quando un cliente si sobbarca la responsabilità della relazione la svalutazione della risolvibilità persiste e la sensazione di vergogna ne è rafforzata. Può essere necessario per il terapeuta assumersi la completa responsabilità di non comprendere l’esperienza fenomenologica del cliente, non valutare il suo processo difensivo, o non essere sintonizzato sulle emozioni e i bisogni del cliente.

La presenza è il coinvolgimento terapeutico che funge da contrappunto alla riduzione dell’autostima individuale. La presenza terapeutica è fornita attraverso la sostenuta indagine empatica (Stolorow, Bandschaft e Atwood, 1987) e la coerente sintonia al livello di sviluppo degli affetti e dei bisogni. La presenza comporta l’attenzione e la pazienza del terapeuta. Essa comunica che lo psicoterapeuta è responsabile, credibile, e affidabile. La presenza si verifica quando il comportamento e la comunicazione del terapeuta rispetta e rinforza costantemente il valore del cliente. La presenza è rafforzata dalla volontà del terapeuta di essere colpito dalle emozioni e dall’esperienza fenomenologica del cliente – prendere l’esperienza del cliente sul serio. E’ più che comunicazione: è comunione, pieno contatto interpersonale.

Il coinvolgimento dello psicoterapeuta in transazioni che riconoscono, convalidano e normalizzano l’esperienza fenomenologica del cliente è l’antidoto alla tossicità dello svalutare l’esistenza, l’importanza e la responsabilità di risolvere le interruzioni di contatto-nel-rapporto. L’affidabile, sintonica presenza del terapeuta è l’antidoto alla svalutazione del valore dell’individuo (Bergman, 1991; Jordan, 1989; Miller, 1987; Surrey, 1985).

Un’efficace psicoterapia della vergogna e del senso di superiorità richiede l’impegno del terapeuta al contatto-nella-relazione, impegno alla pazienza, e comprensione che tale terapia è complessa e richiede una considerevole quantità di tempo. Indagine, sintonia e coinvolgimento sono un orientamento mentale, un modo di essere in relazione, così come pure abilità terapeutiche. Utilizzati in risonanza con il livello di sviluppo funzionale del cliente sono metodiche per fornire una relazione accudente e comprensiva che consente al cliente di esprimere una sensazione di auto-valore che non ha mai potuto essere espressa in precedenza. Indagine, sintonia e coinvolgimento sono descrizioni di interazioni rispettose che favoriscono il contatto-nella-relazione. E’ attraverso una psicoterapia orientata al contatto, incentrata sulla relazione, che le dinamiche protettive della vergogna e del senso di superiorità vengono rivelate e dissolte. Focalizzare la terapia della Gestalt sul contatto-nella-relazione potenzia la capacità dell’individuo ad un pieno contatto interno ed esterno.

 

Bibliografia

 

 

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