Vivere facendo l’artista è un’aspirazione mica da poco. Ad alcuni riesce. E per questi alcuni, va tutta la mia invidia.

A me per il momento è una soddisfazione riuscire a ritagliare del tempo da utilizzare per l’utilizzo di colori, pennelli e scalpelli.

In verità quella è la prima soddisfazione. La seconda riguarda essere riuscito a contrastare “le voci di dentro”, che spesso cito, che mettono i bastoni tra le mie ruote, relegandomi in una posizione di non azione (hai presente i vari “NON FARE! CHI TI CREDI DI ESSERE! NON PIACERA’ A NESSUNO! MA LASCIA STARE!” ecc ecc), e grazie a queste rimango in una posizione di “tranquilla in-sicurezza” dove non si rischia e quindi non c’è il rischio di perdere: un po’ grigia magari….ma sicura. Un po’ tanto grigia e poco soddisfacente, ma sicura. In quel limbo non si corre il rischio di non piacere, non si corre il rischio di essere criticato. E si può tranquillamente fantasticare su quando sarò citato nei libri di storia dell’arte E di tutti i critici che troveranno significati nascosti in alcuni tipi di pennellate, in alcuni solchi: frasi che suonano più o meno cosi :”….l’artista ha voluto esprimere il suo concetto di trascendenza a partire da….. (qui puoi aggiungere un parolone “artistico” qualunque: esegesi, metamorfosi,  dadaismo, post – qualcosa- ismo, ….). E io vorrei essere ancora vivo quando questo accadrà, perchè nella mia testa prima o poi accadrà, e farmi un sacco di risate nel leggere cose che non ho mai nemmeno preso in considerazione.

La terza grande soddisfazione è di essere riuscito a mettere in vendita uno dei miei lavori. Passare davanti al negozio e vederlo esposto, mi fa un effetto favoloso.

Poi c’è la scrittura; mi piace riportare quello che mi accade quando sono a tu per tu con il processo creativo. E allora riesco a combinare le cose che faccio con la cornice della Psicoterapia.

E’ cosa abbastanza comune oggi utilizzare il tramite artistico per facilitare la scoperta e la narrazione di sè: la ritengo una metodologia fantastica. ma per quanto mi riguarda l’arte è una cosa personale. e mi piace che rimanga cosi.

Oggi utilizzo il tramite del drago: è stato abbastanza casuale e non preventivato, ma dalla sua ideazione all’attuale processo in atto ho visto delle cose interessanti.

I draghi non sono tutti uguali. E non parlo della “semplice” distinzione tra draghi fantasy

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e draghi orientali.

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O meglio: quella è una distinzione interessante e significativa, ma non è l’unica e nemmeno la più interessante.

Con ogni probabilità tutti o quasi tutti siamo abituati a pensare a questa figura mitologica come un enorme rettile sputa fuoco. Ed è un rettile per intero: squame, niente peli, pupilla verticale, rettile dalla testa ai piedi. Abitualmente guardiani di torri e castelli, custodi di principesse addormentate o, per le più sfortunate, rapite.

Io ho sempre associato i secondi ai tatuaggi.

Disegnati sempre peggio rispetto a quelli fantasy il drago orientale, o dragone, o strano essere volante portatore di non si quali poteri mitologici e ambientali o magici, cambia di significato, e di senso, in base al colore, alla posizione, alla cultura. Per alcuni è considerato la somma di tutti gli animali.

Una specie di trascendenza. In effetti un leone più un serpente più un cervo più un uccello non è che danno vita alla somma delle loro essenze. No. Viene fuori un drago.

Eccovi le prove: “colore più funzione più poteri” è uguale a:

e poi ancora:

E invece alcuni dragoni non presentano alcun riferimento alla parola “long“:

Si fa presto a dire drago. “ho un drago tatuato sul braccio”. “l’anno del drago”, “sei proprio un drago!”

nel momento in cui ho deciso di disegnarlo non avrei immaginato quanta differenza ci potesse essere SOLO per quanto riguarda la scelta del colore.

Cosa combina il drago alla mia attività di psicoterapeuta?

L’arte, ma nel mio caso specifico funziona meglio come esempio sia la pittura che la scultura, ha un potere molto forte: inibisce i pensieri, incolla al qui ed ora e riesce a tirare fuori un’attenzione molto ma molto focalizzata. Spesso in pochi centimetri quadrati. Tanto che per avere una visione che sia d’insieme devo fisicamente allontanarmi. Poi piazzare una luce e verificare cosa sto combinando

Per quanto mi riguarda, nella relazione io-quadro molto spesso mi accorgo di mettere in atto comportamenti che nella stragrande maggioranza delle volte esulano dall’ambito specificatamente artistico e li riconosco come facenti parte della mia realtà quotidiana: in questo secondo caso sono per la maggior parte vissuti in modo inconsapevole, automatizzati. Con sgorbie e scalpelli le cose cambiano e diventano particolarmente evidenti.

Se ci penso legno più acciaio è uguale ad insight: due cose fisiche che danno vita a qualcosa di spirituale.

Se ci penso di nuovo, due materiali che sommati, trascendono e danno vita a pensieri ed emozioni.

Mica male. E’ questa forse l’essenza del drago?

In verità penso che sia una capacità dell’uomo di riuscire a vedere le cose conosce. Se ci penso io provoco delle incisioni. Poi è il mio modo di vedere che associa a quella particolare incisione un senso che vale per me e solo per me.

Insomma arriviamo al punto in cui scolpire un drago è nello specifico un’idea.

Poi diventano linee, poi solchi, poi raffinati solchi, poi ancor più raffinati solchi che vengono effettuati in base a come immagino che l’illuminazione formerà delle ombre sul dipinto.

Decidere i colori poi sembra una cosa facile. Non lo è nemmeno per niente.

Decido che il MIO drago, non sarà un (classico???) dragone verde.

E già, la ricerca dell’esclusività, della cosa che possa rendere esclusiva una mia creazione è una costante.

fallo celeste. Con la pancia bianca. Lo sfondo nero. Rigorosamente nero, cosi i colori risalteranno”:

Il colore l’avevo deciso prima di sapere che un colore addosso ad un animale mitologico, non è semplicemente un colore: si porta dietro una mitologia spaventosamente ampia che come ho descritto cambia, e pure di tanto.

Ho lavorato in questo modo:

Deciso soggetto? Si; poi?

Immaginato e poi deciso colore;

color color….. ? Cerca sfumature di colore su google.

Cerca immagini e siti riguardanti il drago. Nello specifico cerca combinazioni scrivendo:

E scopro cosi che a colori diversi corrispondono poteri e significati diversi.

Uno degli insight che è arrivato nei momenti più intensi è stato:

Non è legno e colore. O meglio: si parte da legno e colore. Poi quello che sto facendo inizia a prendere un certo senso. Il drago azzurro ha il suo punto di riferimento nel punto cardinale EST: il suo elemento è l’acqua.

Tanto per dire.

Bene: tutte queste parole per dire che un colore è un colore. Un drago è un drago.

Quello che conta è la possibilità di darsi una chiave di lettura.

La possibilità di concedersi “un’elaborazione cognitiva del colore” che non è un’interpretazione, no.

È una cornice che permette di dare (e ricevere) nuova vita da una stessa condizione.

Condizione fondamentale in psicoterapia.

Una nuova cornice può ottenersi in vari modi: partendo dal corpo, dal modo in cui l’organismo si organizza davanti ad una situazione specifica, oppure ragionando cognitivamente. Personalmente penso che partendo dalla prima, ossia dal corpo, le cose diventino più chiare all’osservatore, che poi rimanda quello che sente e quindi fa in modo che le cose siano più chiare anche per chi in quel momento altro non fa che partecipare e “respirare”.

Dare una forma ad un qualcosa che una forma non ce l’ha, è una condizione fondamentale al fine di riuscire ad assimilare un’esperienza antica, e io aggiungere al fine di poter modificare l’esperienza presente.

Immagino che il tramite del quadro sia solo una delle possibilità.

Quel che conta è che alla fine di un processo, ciò che rimane è un senso di “compiutezza”.

Un po’ come quando fai un’escursione: cammini e poi ti arrampichi e poi cadi e ti rialzi per poi alla fine giungere da qualche parte. Arrivi e tiri un sospiro di sollievo. “ne è valsa la pena”.

il mio work in progress.

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