Quando leggerai la favola “il Pappagallo Depresso”, il tuo piccolo potrebbe darsi che ti chieda “che vuol dire depresso?” Digli che lo capirà da solo più avanti.

Depresso. Perchè proprio “depresso”? Perchè io e te abbiamo un lessico che inevitabilmente fa parte di me e di te. E che lubrifica l’accesso al serbatoio delle fantasie da cui devi attingere se ti tocca inventare una favola su due piedi.

Avessi fatto il fabbro, avrei detto sfiammato.

Avessi fatto l’ingegnere avrei detto con scarso coefficiente logaritmico a base inversa.

E via così.

Immagino come sarebbe raccontare in versione favolistica come funziona un motore a scoppio. O il processo della tempra.

NB: come potresti notare, alcune favole hanno alcuni elementi ricorrenti, tipo spiriti di questo o quell’elemento, che potrebbero far del bene  al protagonista. E anche alcuni risvolti potrebbero essere simili. Ma che vuoi farci. Mica potrai sempre inventare la favola del secolo.

Non demordere.

 

Il Pappagallo Depresso“. – di R. Comanchee.

 

R.”Susy…stasera ti racconto la favola del Pappagallo Depresso”.

S. “Ah, ah…” (tono quasi di sufficienza, tipo “ora ti faccio il favore di ascoltarti“)

R. “Va bene. La nostra storia è ambientata in una foresta bellissima, piena di piante con foglie grandissime e tanti tanti tipi di insetti, animali, e alberi di tutti i tipi. Piena di tapiri e scimmie e i ragni più grossi del mondo. E pioveva spesso in questa foresta e c’erano tanti fiumi.

Tra i tanti tipi di uccelli c’erano i pappagalli e tra i pappagalli ce n’era uno che non parlava mai. Ma proprio mai: non parlava con gli amici pappagalli e pappagalle, non volava e se ne stava sempre annoiato e silenzioso sul suo ramo. Volava pochissimo, tant è che era ingrassato.

Ma un giorno lo Spirito della Foresta, colui che aveva il potere di mantenere in equilibrio tutti questi abitanti, si presentò davanti al pappagallo e lo guardò con aria strana “ciao pappagallo, è un pò che ti vedo: sempre da solo, triste e muto… che ti prende?”. E il pappgallo non rispondeva. Lo guardava intimorito: voglio dire, hai lo spirito della foresta davanti e che vuole parlare proprio con te, mica puoi fare che non rispondi. Lo Spirito lo guardava con aria interrogativa, abbastanza sorpreso: un pappagallo che non rispondeva a lui era abbastanza strano. E richiese “pappagallo…allora??” E il pappagallo con aria imbarazzata inizio a parlare utilizzando il suo brutto verso. Lo Spirito della Foresta che chiaramente capiva visto che parlava le lingue di tutti gli animali e piante, capiva bene cosa diceva il pappagallo, (Susy…ma io te lo traduco, cosi capisci meglio). “Spirito della foresta, io non parlo, perchè la mia voce non mi piace. Mi imbarazza tantissimo. Mi vergogno. Io vorrei una voce più adatta a me, alla mia personalità. Io mi sento più cigno che pappagallo. Mi vedo elegante, altezzoso come i cigni”.

Lo Spirito era davvero imbarazzato. Nessuno prima di quel momento gli aveva mai detto una cosa tanto strana. Ed era abbastanza infastidito oltre che imbarazzato.

E pensava a come risolvere questa cosa. E pensa che ti ripensa alla fine ebbe un’idea. “Bene pappagallo: da questo momento potrai imitare qualsiasi verso di animale o insetto. Potrai imitare qualsiasi suono, dal tuono, alla terra mossa dai lombrichi, dal suono del fiume che scorre ad un sasso che rotola.” Disse così e scomparve.

Per la prima volta dopo tanto tempo il pappagallo si sentì stranamente energico. A fatica spiccò il volo e si diresse verso un gruppo di scimmie per parlare per la prima volta lo scimmiese. Che emozione! Arrivò, spalanco il becco e il suono che ne uscì era esattamente quello delle foglie mosse dal vento. Chiaramente le scimmie nemmeno si accorsero di lui. Volò via abbastanza contrariato. Trovò un gruppo di conigli. Voleva parlare con loro, ma il feroce verso dell’aquila che uscì dalla sua bocca, li terrorizzò mettendoli in fuga.

E si… perchè quello che lo spirito della foresta non gli aveva detto era che si, era vero che sarebbe stato in grado di produrre qualunque suono e qualsiasi verso di ogni animale, ma non a suo piacimento. Non sarebbe mai stato in grado di decidere in che verso esprimersi.

Allora, visto che il pappagallo non aveva ancora capito il funzionamento del suo “dono”, si avvicinò ad un grosso serpente, credendo che avrebbe potuto parlare serpentese. Ma la voce che uscì quando provò a salutarlo, fu quella di un piccolo topolino. Il serpente udito il verso e preso dalla fame si girò di scatto e senza capire che davanti aveva un pappagallo e non un topo, lo morse uccidendolo.

Notte amore”.