Orbene: nel tempo ho iniziato ad imparare che le aspettative delle persone riguardo lo psicologo sono tante e variegate. Cosi come nei confronti della psicoterapia, o “percorso personale”.

Ma se partissi dall’inizio, probabilmente riuscirei a fare maggiore chiarezza.

Perchè si inizia un percorso di psicoterapia (psicologico o di analisi, o come ci pare)? Per un milione di motivi, chiaro. Abbiamo le ansie, le difficoltà, i momenti mooolto giù…ma voglio prendermi la responsabilità di affermare che sostanzialmente il comune denominatore di queste “psico intenzioni” sia uno: ogni volta che siamo in uno dei periodi no della nostra vita, tendiamo ad essere rigidi: nel senso di poco adattivi. In questi periodi è facile che si tenti di rispondere a nuovi problemi con vecchie soluzioni, o comunque grazie ai sintomi, invece di avere un ventaglio di ipotesi per poterci risolvere le nosrte cose, tendiamo ad avere una mini forchetta di applicazioni: una non funziona, e l’altra non l’applichiamo.

Una volta ho sentito di un detto siciliano che mi colpì molto…per poi leggere (da qualche parte ma chissà dove che era, o forse ancora è, molto in voga tra i mafiosi (si si…quella brava gente di cosa nostra…) che diceva:

“Calati juncu ca passa la china”

“piegati giunco, che passa la piena [del fiume]”

 

Ora, mafiosi o no, è una metafora secondo me molto interessante: che senso ha rimanere fermi e stoici se siamo dei giunchi nel bel mezzo di una piena?

Ecco: secondo me andare in psicoterapia vuol dire imparare a chinarsi. Che è diverso da obbedire. E’ semplicemente una capacità in più che in un determinato momento di vita non sappiamo vedere.

Allora il senso dell’articolo si colloca proprio qui: questa è l’intenzione… ma quali caratteristiche dovrà avere il MIO psicologo, o il MIO psicoterapeuta, per permettere tutto ciò? Che tipo di stregonerie sarà in grado di fare per “insegnarmi” come chinarmi? Quali magiche arti, avrà imparato mentre egli stesso “IMPARAVA A LEGGERE NELLA MENTE DEGLI ALTRI”?

Iniziamo con la carrellata di abilità mistico-magiche che io avrei (o avrei avuto) secondo alcune persone incontrate nell’arco del tempo.

Sabato sera. Più o meno le 23, birra in pugno (a si…perchè gli psicologi bevono eh!). ” Io con te non ci parlo, sennò mi psicanalizzi”.

(la vera identità del Dott. X)

Giorno X orario qualunque: “Ma è vero che gli psicologi per capire gli altri, devono essere un pò matti anche loro?”

(Abito da sera del Dott. X)

Altro giorno X, una persona entra in studio per la prima volta ed esclama “ah…ma lei è giovane. Non so se riuscira a risolvere i miei problemi”.

(la vera età dello psicologo)

Altra persona, altro giorno: “Non posso fare terapia con lei: vedo che non ha immagini sacre e nemmeno una collana con un crocifisso”.

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(Finestra dello studio segreto del Dott. B)

“Io vengo qui, perchè mio marito ha l’ansia”.

(un raro disegno del Dott Y mentre permette ad una sua paziente di far passare l’ansia al marito grazie ai poteri magnetici appresi all’università degli Studi di Hogwarts”

 

“Dottore ma è vero che per respingere le energie negative, devo vestirmi di bianco?”

(l’ombra proiettata sul muro, del Dott. W)

Il classico “ma siamo tutti un pò psicologi” vorrei non citarlo, ma capite che verrebbero meno le fondamenta proprie del pregiudizio sulla mia professione.

Altro evergreen è “ma se io vengo per parlare, posso parlare anche con un amico”.

 

“dottore ma lei dice parolacce!”

“Ma è vero che se ci incontriamo per strada, lei cambia strada per non salutarmi?”

“Ma tanto lo so che i primi problematici sono gli psicologi stessi!”

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(il Dott. F, aka “TwoFaces”)

“Io non vengo in terapia perchè lo psicologo dimmiocugggino, non diceva nemmeno una parola”.

(massima espressione verbale del Dott. X)

 

“mi hanno detto che lei risolve i problemi”

(L’altra vera identità del Dott. K)

“Lei non si può arrabbiare, perchè è Psicologo”

“Sono qui perchè mia moglie mi ha lasciato. E voglio che lei torni con me”.

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