Considerazioni polari.

 

Nell’approccio della Gestalt, la polarità è un dogma.

 

Alcuni sanno cos’è “dogma”, io non lo sapevo. Tu che leggi non lo so. Dal momento che mi pongo il problema,  riporto la definizione di Wikipedia:

“Il termine dogma (o domma) è utilizzato generalmente per indicare un principio fondamentale di una religione o una convinzione formulata da filosofi e posta alla base della loro dottrina, da considerarsi e credere per vero, quindi non soggetto a discussione da chi si reputa loro seguace o fedele. Il termine può essere applicato in senso estensivo a discipline diverse da quelle religiose”.

Quesito due: cos’è una polarità?

E anche qui:

La polarità in filosofia è l’espressione del rapporto di reciproca dipendenza di due elementi contrapposti. A differenza del semplice dualismo, la polarità implica una condizione di complementarità tra gli opposti, tale per cui ciascuno dei due poli, pur essendo limitato e avversato dal polo contrario, trova in quest’ultimo anche la sua ragion d’essere e il suo fondamento costitutivo, perché l’uno non potrebbe esistere senza l’altro e viceversa.”

In chimica la faccenda è simile, ma ovviamente più complessa, non fosse altro che bisogna possedere un magnete, oppure fidarsi ciecamente:

In chimica, la polarità è una proprietà delle molecole, per cui una molecola (detta polare) presenta una carica parziale positiva su una parte della molecola e una carica parziale negativa su un’altra parte opposta alla molecola. Le molecole che non presentano il fenomeno della polarità sono dette apolari o non polari.”

Concettualmente le cose si somigliano.

C’è una cosa e c’è l’opposto della cosa. Sia in termini chimico-energetici, sia in termini filosofico-esistenziali.

Sergio Mazzei nel suo articolo “Le polarità tra Gestalt e tradizione” fa questi esempi di polarità:

EMISFERO DESTRO / EMISFERO SINISTRO

PRIMARIO / SECONDARIO

ISTINTO / RAGIONE

EROS / THANATOS

DIONISO / APOLLO

OSIRIDE / HORUS

SHIVA / VISNU

ES / IO

SOLVE / COAGULA

DEMONE / ANGELO

SERPENTE / AQUILA

NEGAZIONE / AFFERMAZIONE

Nella psicoterapia mentre una polarità è in figura, è in superficie, cucita addosso, indossa, creduta e vista, l’altra rimane sullo sfondo: oscura, tenebrosa, odiata, schifata, temuta.

Il fatto è che se ne sposo una l’altra la relego nel (o meglio, quello che vorrei che fosse) dimenticatoio: una porta chiusa e dei grossi chiavistelli la proteggono e mi proteggono da quello che ha da dire, da fare, da sentire. Spesso da urlare.

Il dramma è che quella polarità ha cose da dire, da fare, da sentire.

Seguimi nel ragionamento: una situazione tipo in terapia è la persona che si pone davanti ad un quesito, vorrebbe ma non può. Vorrei….ma non posso.

La situazione che la persona vive, il dilemma che la persona vive, ad un certo punto spunta alla sua attenzione. I motivi possono essere diversi: ad esempio:

 “posso lasciare il/la mio/mia partner?”

“mi piacerebbe cambiare facoltà”.

“mi piacerebbe cambiare lavoro”.

E ancora:

sai…. Vorrei comprare quella cosa lì. È bella certo, però….

andiamo al mare? Si, ma….”

E via discorrendo.

Sembra essere un continuo avere un bisogno per poi negarselo. E il problema non è negarselo…. Ma negarselo senza sapere il perché. Ed è una cosa che in alcuni diventa così solita, ma così solita da rischiare di diventare prevedibili, controllabili.

Io mi sento bloccato… in una empasse. Le energie si disperdono e io sono fermo. Non serve che le due spinte siano equivalenti: è sufficiente anche il 99 e 1%. “Sono sicuro al 99 %…”. Ad occhio 99 contro 1 sembra essere una bella percentuale, grandi possibilità di riuscita dell’obiettivo.

Eppure….

Eppure sono fermo.

E come te lo spieghi?

La spiegazione dell’enigma sta nell’ovatta e sta nel piombo.

E si…. Perché la domanda Zen di tutte le domande Zen diventa:

“PESA PIU’ UN CHILO DI OVATTA O UN CHILO DI PIOMBO?”

E la risposta è proprio quella che stai pensando.

Sono terribilmente diversi; e sono orribilmente, oscenamente, disgustosamente uguali.

Percettivamente è un esperienza delirante. Un chilo è grande quanto un’auto, l’altro come un mattone. Eppure il fatto è che la bilancia indica lo stesso peso.

Mi chiedo.

Immagina una situazione da vorrei ma non posso: potrebbe capitare che la condizione sia:

Vorrei= ovatta

Non posso= piombo.

L’ovatta è bianchissima, pura e soffice

Il piombo è nero, duro e brutto

Quel piccolo pezzo di qualcosa tiene in scacco tutto il processo.

Sono quasi sicuro di qualcosa.

 

Seguimi nel ragionamento.

 

Il fatto che ci sono situazioni importanti, sentite e intime che richiedono la nostra presenza, la nostra attenzione e il nostro coinvolgimento, non è una novità per nessuno. Non è una novità nemmeno che davanti a queste, possa di colpo incombere un blocco. I motivi possono essere tanti.

Immaginiamo una scelta da dover effettuare e davanti a questa ho paura.

Se mi focalizzo solo sulla paura rischio di focalizzarmi solo su quella parte di me, che è spaventata.

Nb: se questa parte è spaventata, ha le sue ottime ragioni, riconosciamoglielo. Magari ha paura di fare brutte figure, magari ha paura di “oddio chissà che pensano”, magari ha paura di dover abbandonare i vestiti, ormai cuciti addosso da tantissimo tempo, del bravo ragazzo.

Ma decidiamo di non soffermarci solo sulla paura e decidiamo di scendere un po’: scendere vuol dire riuscire a stare in livelli più intimi, e l’intimità si sa…..

Ecco lo scenario:

Da un lato una parte di me con una serie di bisogni, una serie di aspettative, una serie di emozioni riguardo quella scelta da fare.

Dall’altro lato ci sarebbe un’altra parte di me, anche lei con bisogni, aspettative e cose da dire.

Stare da un lato, vuol dire fondersi solo con un polo: in altre parole, vuol dire dimenticarsi, cercare di dimenticarsi, dell’altro me. Quello diciamo più fauno, quello più selvaggio, meno attaccato ai giudizi, e anche più scalpitante.

Ha un solo grande difetto: mi ricorda tanto qualcuno o qualcosa; qualcuno o qualcosa che ho più o meno consapevolmente deciso di abbandonare. Una serie di principi da non considerare. Un credo che non può riguardarmi.

D’altronde nel momento in cui sposo Apollo

 

o Dioniso,

 

un motivo c’è stato.

Bruce Waine quando ha deciso di diventare Batman ha avuto i suoi ottimi motivi.

 

E anche Peter Parker: voleva bene a suo zio.

E come loro due, ognuno ha la sua ottima e validissima ragione.

Bene.

A questo punto, se ancora mi segui nel ragionamento, i due tizi di cui sopra, si incontrano. Sia chiaro: sono due cani che ringhiano, si annusano, si avvicinano, si scrutano e mostrano i denti. Non un raduno di carmelitane scalze: placide, pacate e benevolenti.

La magia scatta nel momento in cui invece di sbranarsi, riescono ad incontrarsi e a parlare. Condividono esperienze, condividono idee. E magari si spiegano anche qualcosa.

E anche se l’ideale sarebbe una creazione di un terzo me, in grado di avere entrambi i caratteri e capace di risolvere la questione, è sufficiente anche un compromesso tra le due. “io ti do, se tu mi dai”.

Questa faccenda, oltre al compromesso, permette alla persona di cominciare a scoprire alcune parti di sé, assolutamente sconosciute: parti di sé che alla prossima occorrenza, non sono più ostacoli, ma fonti di preziose risorse.

Fauno caro….sarai anche brutto, ma mi serve la tua vitalità.

Fauno caro…. I tuoi occhi sprigionano un coraggio e una luce che io non posseggo.

Fauno caro: fondamentalmente mi sei mancato.

 

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