C’è un aspetto del mio lavoro che mi appare sempre più chiaro: esistono tanti approcci psicoterapeutici, ma all’interno dello stesso approccio, è possibile notare delle differenze incredibili, pur partendo dalla stessa epistemologia, dalla stessa filosofia e molto spesso dagli stessi maestri. E’ quello che è stato definito stile personale. Per chi ha avuto la fortuna di osservare diversi professionisti al lavoro è possibile osservare delle differenze abissali: me ne vengono in mente alcune:

  • per alcuni terapeuti toccare o farsi toccare dai pazienti è una sorta di tabu; per altri è la prassi quotidiana;
  • alcuni lavorano esclusivamente in modo cognitivo (pensieri e parole); altri con un attenzione quasi esclusiva ai processi corporei (respiro, blocchi, tremori);
  • alcuni lavorano tenendo una scrivania o un tavolino tra loro stessi e i clienti; altri lavorano facendo stendere la persona;

Insomma, le differenze possono essere davvero tantissime.

Da che dipende lo stile personale? Questa E’ secondo me la domanda da 1 milione di dollari.

La risposta può essere riduttiva e potrebbe dare una spiegazione solo di una piccola fetta di tutto il processo chiamato stile: prendi una teoria, un approccio, filtralo nei tuoi processi emotivi, psichici e comportamentali, e tira fuori qualcosa: vale per tutto: cuochi, manager, artigiani, pittori e quindi anche per gli psicoterapeuti.

E’ il processo che ti permette di masticare e digerire, senza per questo ingoiare tutto ciò che viene proposto. Quello che serve si tiene, l’altro viene rigettato.

Partendo quindi da matrici comuni è possibile osservare processi di lavoro terapeutico molto molto diversi.

E quando invece si parte da filosofie e obiettivi diversi? Che accade?

Ho postato qui di seguito tre sedute fatte da tre terapeuti diversi, ma con una stessa persona. Vediamo quanto sia possibile osservare differenze di approcci, caratteriali ed umane.

F. Perls e Gloria

 

C. Rogers e Gloria

 

A. Ellis e Gloria