Le emozioni, lo “studio” delle emozioni, è un tema caro a psicologi e a diversi orientamenti psicoterapeutici. Premetto che  non tutti gli orientamenti concordano con una definizione di emozione.

Ci sono alcuni approcci che distinguono tra “emozioni NEGATIVE e POSITIVE”, relegando tra le emozioni negative rabbia, paura, tristezza.

Personalmente, essendo di matrice evoluzionista, trovo errata questa distinzione: una manifestazione emotiva, con un corredo somatico e anche psichico, dal mio punto di vista non può essere “negativa” oppure “positiva”: semplicemente E’.

Preferisco vederle in termini “funzionali e disfunzionali”.

“Una zebra che non ha paura del leone, non è una zebra, ma una bistecca”: quello che voglio intendere con questa frase è che la paura  è tutt’altro che negativa. La paura allunga la vita: ed è proprio questa la sua funzione “evolutiva”.

Il discorso assume toni diversi se un individuo avrà paura di qualsiasi cosa:

ho paura di andare in città: ok, mi basta limitare le mie uscite fino alla fine della strada. Ho paura di andare in strada: ok, mi basta limitare il mio campo di azione fino al portone di casa. Ho paura di uscire di casa, non esco e sono al sicuro: sarà sufficiente ridurre la mia vita ai 100 mq di casa mia.

E’ vero: la paura svolge la sua funzione di tenerci alla larga dai pericoli, mantenendoci (verosimilmente) in vita; la considerazione che una vita vissuta in questi termini perde perlomeno qualche colore, per non dire che è grigia o in bianco e nero è fin troppo facile.

Anche qui non è possibile parlare (secondo me) di negatività dell’emozione: in fin dei conti se ho paura e non esco di casa, seguo il mio bisogno di protezione. E’ più logico allora parlare di Disfunzionalità dell’emozione:da un lato ci permette di essere al sicuro, dall’altro, questo bisogno tende ad impoverire il nostro vissuto, le nostre relazioni, le nostre vite.

Già Charles Darwin si era accorto della funzione “sociale” e relazionale delle emozioni: chi osserva una manifestazione emotiva, ha la possibilità di crearsi un’idea di quanto sta accadendo nel “campo”.

 

Paolo Quattrini nel suo articolo “Pedagogia Umanistica” (leggi l’articolo) le definisce cosi:

le emozioni sono proprio una caratteristica specifica del piano animale, essendo niente altro che il vissuto soggettivo di quei meccanismi che si scatenano automaticamente nell’organismo, cioè gli istinti.

La Teoria Psicoevoluzionistica delle emozioni di Robert Plutchick (1980) afferma che

“l’ambiente esercita su tutti gli organaismi alcune pressioni fondamentali che determinano problemi ridondanti che gli ecosistemi della Terra pongono a tutti gli organismi, come la ricerca del cibo, di un riparo, l’evitamento dei predatori e la ricerca del partner. Questi problemi, comuni a tutte le specie, richiedono risposte funzionalmente identiche (anche se possono variare notevolmente nella loro tipologia a seconda delle caratteristiche della specie e dell’habitat): queste risposte dunque appaiono in forme rudimentali negli organismi più semplici e raggiungono forme più complesse negli organismi più complessi.

Le risposte emotive sono considerate come risposte adattive globali, ed implicano sensazioni corporee, valutazioni cognitive e comportamenti: le emozioni quindi sono processi di base “ultraconservativi” sul piano evoluzionistico, in altre parole hanno il compito di mandare avanti la specie

Plutchick afferma che dalla loro comparsa nella storia evolutiva,  le emozioni non hanno mai perso la loro funzione originaria: questo perchè l’ambiente pone problemi ridondanti a tutti gli organismi.Da questa prospettiva è possibile dedurre che ci siano delle emozioni primarie, e dalla loro combinazione si generano tutte le altre emozioni secondarie.

 

In questa tabella riassuntiva è possibile notare come ad ogni reazione emotiva dipenda da stimoli ambientali (una minaccia, un ostacolo, un potenziale partner,….), con una conseguente attivazione sia cognitiva, che comportamentale. Ad esempio: l’emozione che dal punto di vista dell’esperienza soggettiva corrisponde alla tristezza, sul piano comportamentale corrisponde alla richiesta di aiuto e sul piano funzionale alla funzione di reintegrazione:

Tale chiave di lettura a mio avviso riesce bene a far superare la dicotomia tra “negativo e positivo” o ancora peggio tra “giusto o sbagliato”.